IL CIMITERO DEGLI INGLESI: IL DOLCE RIPOSO DI BELINDA
La Venere di Cheronea all’ombra di una Piramide in uno dei luoghi più incantevoli della Città Eterna. C’è del simbolismo in tutto questo. Perché una affascinante fanciulla, una dea dagli occhi tristi e dal corpo allegro, una protagonista di tanti film mitologici non poteva trovare un luogo migliore per riposare in eterno. Nel cimitero degli inglesi, suggestivo rettangolo di terra incastonato tra antiche mura, vigilate dal bianco marmo della Piramide Cestia, nel quartiere Testaccio di Roma, Belinda Lee ha trovato rifugio dopo una vita breve, intensa e ingrata. Volevo da tempo farle visita, da quando il mio sguardo incrociò il suo in un vecchio film (La lunga notte del ‘43, di Vancini), facendomi innamorare di una attrice, inglese e regale, dentro e fuori, che credeva di aver trovato la felicità qui, nel nostro Paese.
E così, in un soleggiato mattino di febbraio, mi sono ritrovato lì, tra croci, lapidi e monumenti funebri, tra vialetti, aiuole e qualche gatto appisolato in un angolo, sulla terra baciata dal sole, al cospetto della sua tomba, che dal 1961 custodisce ciò che resta di lei dopo quel tragico incidente stradale che, il 12 marzo dello stesso anno, la strappò alla vita a soli venticinque anni. Belinda Lee arrivò in Italia alla fine degli anni ‘50, con un diploma alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, un contratto con una casa di produzione che l’aveva lanciata nel firmamento internazionale (la RANK) come femme fatale e un matrimonio fallito (col fotografo Cornel Lucas). Si innamorò di Roma e disse che lì avrebbe voluto passare il resto della propria vita, come poi è stato. Belinda Lee era molto diversa da come il cinema l’aveva dipinta: seducente, sofisticata, bellissima. I suoi occhi, grandi, celavano un velo di tristezza che soltanto due registi riuscirono a sfruttare al meglio, assieme alle sue indiscusse doti drammaturgiche. Parlo di Florestano Vancini e di Francesco Rosi (I magliari, 1959). Tutti gli altri si limitarono a evidenziarne l’avvenenza del corpo. Ecco perché c’è del simbolismo forte nel luogo della sua sepoltura: tra antiche mura, alle falde di una Piramide, nella Roma più antica e affascinante. Lei che era stata persino Messalina, in un peplum di discreto successo. Ma Belinda Lee, nel profondo, era una ragazza fragile, insicura, cresciuta in collegio da genitori separati. Bisognosa d’amore al punto da infilarsi in storie senza futuro. Come la relazione, chiacchieratissima, col principe Filippo Orsini, per il quale tentò anche il suicidio. Erano entrambi sposati, e sulle copertine nazionali la loro relazione fece scalpore. Ma in Italia, Belinda Lee trovò il grande amore: Gualtiero Jacopetti, direttore della Settimana Incom. Anche lui, oggi, riposa al suo fianco, in quel cubo di marmo al cimitero degli inglesi. Lui, però, le sopravvisse e forse non se lo perdonò mai. Perché quel giorno di marzo del 1961, correndo a tutta velocità su un auto in California, Belinda e Gualtiero, insieme ad altre due persone (tra cui l’autista), finirono fuori strada per l’esplosione di uno pneumatico. Belinda venne scaraventata fuori dall’auto, assieme al bambino che portava in grembo. In quel mattino si infransero tutti i suoi sogni. Uno, però, riuscì a realizzarlo. Restare per sempre a Roma, la città che l’aveva accolta, amata, lodata. E così, tra fronde accarezzate dal vento, miagolii di gatti, i rumori ovattati di una metropoli che sembra distante chilometri da quel piccolo giardino dell’Eden, Belinda Lee riposa. Riposa nel silenzio, in quella pace cercata tanto in vita e ritrovata solo un attimo prima della fine, giusto il tempo per lasciare un ricordo, di dolcezza, talento e malinconia. Chissà, forse la mia visita, quasi casuale, inaspettata seppur voluta e desiderata da tempo, le ha fatto piacere. A me, sicuramente, ha toccato il cuore. Come la luce nei suoi occhi, nelle interpretazioni migliori.
A.M.M.

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