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 I DE FILIPPO NEL NOME DI LUCA

Era un predestinato. Aveva solo sette anni quando, nel 1955, in diretta TV dal Teatro Odeon di Milano, Luca De Filippo faceva il suo ingresso in palcoscenico in braccio a papà Eduardo. Quel ragazzino, con le mani dietro la schiena e il sorriso sdentato, veniva presentato come il capostipite di una “nuova generazione”, tenuto a battesimo nei panni di Peppiniello in Miseria e nobiltà. Un passaggio obbligato per tutti i membri della famiglia Scarpetta-De Filippo. Un onore, ma prima di tutto un onere. Forse troppo per le spalle di un ragazzino. 

                                           


Questo, tuttavia, era ciò che accadeva a tutti i figli dei grandi teatranti del Novecento. Un destino segnato. Un privilegio? Forse, anche se non basta essere “figli di” per riuscire nella vita. Ma in questo caso lo escluderei: perché Luca De Filippo non era soltanto un predestinato e non era sicuramente un privilegiato. Luca De Filippo era bravo, innanzitutto, e senza dubbio era uno spirito libero. Perché si fa presto a parlare di lui come del figlio di Eduardo e del nipote di Peppino e Titina. Si fa presto a identificarlo come semplice erede di una dinastia di autori e interpreti della tradizione dialettale napoletana. Ma è profondamente ingiusto. L’aver vissuto nell’ arte, l’aver assorbito saperi, sapori, colori, luci e suoni di un universo affascinante quanto complicato e faticoso, come le quinte di un palcoscenico, fin dai primi vagiti non garantiscono il successo. Anzi, spesso anche in presenza di qualità, possono inibirlo. Perché tutto ciò porta a fare paragoni, a distinguere i padri dai figli, i nonni dai nipoti, per arrivare alla conclusione che i primi sono (quasi) sempre migliori dei secondi. In tal caso, però, il problema non si pone. Perché Eduardo e Luca, al di là di ovvie somiglianze fisiche, erano due persone e due artisti molto diversi. Eduardo era il “maestro”. Poeta, autore, commediografo, interprete dei suoi stessi testi. Sempre uguale a se stesso. L’uomo che aveva le rughe (vere o presunte) a vent’anni e che dagli esordi alla fine interpretò ripetutamente e volutamente uomini anziani, vissuti, tormentati, malinconici, stralunati, a volte profondamente ingenui. Un eterno vecchio con le sue paturnie e le sue malinconie, che ha svelato come pochi debolezze e miserie umane. La popolarità di Eduardo è legata sicuramente alle sue interpretazioni, ma soprattutto alle sue abilità scrittorie e a quei testi entrati nella storia del teatro nazionale - e non solo. La grandezza di Eduardo, dunque, si deve molto più al genio dell’autore che alla bravura dell’attore. Luca, invece, è stato prima di tutto un grande interprete, e un interprete a tutto tondo. Forse (se proprio si vuol fare un paragone) lo si potrebbe assimilare di più a suo zio Peppino, che oltre a recitare e scrivere per il teatro lavorò anche al cinema e in televisione. Luca, infatti, è stato uno sperimentatore. Ha partecipato ad alcuni film (memorabile in Sabato, domenica e lunedì, adattamento della celebre commedia per la regia di Lina Wertmüller) al cinema e in televisione, anche se il teatro è stato sempre il suo più grande amore. Da giovane e brillante attore lo ricordiamo tutti nei panni dell’abulico Nennillo, il figlio scansafatiche e truffaldino di Luca Cupiello consegnato per sempre alla storia dalla edizione televisiva di Natale in casa Cupiello del 1977. Ma di personaggi eccentrici, affascinanti e pienamente riusciti ce ne sono moltissimi, interpretati tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, passando dalle commedie del padre (Il cilindro, Il sindaco del Rione Sanità, Le voci di dentro, Il contratto) a quelle del nonno (‘Na Santarella, I nipoti del sindaco). 


Luca De Filippo con Eduardo nella celebre versione televisiva di  “Natale in casa Cupiello” (1977).

In tutti quei personaggi, a mio avviso, emergeva una precisa volontà di Luca De Filippo: rivelare un talento autentico, genuino, che rendeva lecita quella predestinazione che per molti poteva assumere i caratteri di un privilegio. Perché Luca era bravo, e lo era di suo. Quando fondò una compagnia propria, cimentandosi sia come regista che come attore, alzò immediatamente l’asticella, affrontando Shakespeare, Molière, Pirandello, Beckett, mettendosi alla prova con testi e autori anche molto diversi tra loro. La sua non era una scelta dettata da un desiderio di rivalsa, per dimostrare a tutti i costi che non era “solo” il figlio di Eduardo. Anche perché questo Luca De Filippo non l’ha mai rinnegato. La sua storia familiare lo ha sempre inorgoglito. Dopo la scomparsa del padre ha fortemente voluto mantenerne viva la memoria. Ha portato avanti una tradizione ricca di spunti di riflessione, contesti familiari e dinamiche relazionali interpersonali ancora attuali. Ma ha anche voluto realizzare pienamente se stesso, oltre a coltivare il proprio patrimonio, artistico e genetico. E infatti, con la maturità, quando i capelli cominciavano a tingersi d’argento e il suo volto, i suoi baffi e la fronte spaziosa non riuscivano più a “nascondere” la palese somiglianza con suo papà, Luca De Filippo ritornò, con passione, a riportare in scena (nella doppia veste di interprete e regista) le commedie di Eduardo. Eppure, anche in questo, non ha mai rinunciato alla propria identità. Perché per quanto nel suo corpo, nei suoi gesti, anche nella sua voce, emergeva, non troppo velatamente, quel legame genetico e spirituale, frutto di anni e anni vissuti tra genesi e messe in scena di opere straordinarie, Luca De Filippo non è mai stato Eduardo, anche se in alcuni attimi sembrava ci fosse davvero lui in palcoscenico. E invece era sempre Luca. Era Luca nei panni di don “Mimì” Soriano, accanto a una straordinaria Lina Sastri in quelli di Filumena Marturano. Era Luca nei panni del quasi omonimo cultore del “presepio” nella commedia natalizia per eccellenza. Ed era Luca anche nelle vesti di Ferdinando Quagliolo in Non ti pago - l’ultima commedia portata in scena, poco prima della sua improvvisa scomparsa, il 27 novembre 2015, dieci anni fa esatti. Perché sì, Luca De Filippo era un predestinato, che ha portato sulle spalle una eredità importante, senza mai sentirne il peso. Quel peso però gli è servito: a mantenere l’equilibrio, a non sbilanciarsi mai. A lottare per quello in cui credeva, come la Fondazione Eduardo De Filippo e le sue iniziative o i corsi di recitazione a favore di giovani a rischio. Oppure nel tramandare alle nuove generazione un lascito artistico inestimabile. Nel nome del padre, sicuramente, ma prima di tutto nel suo. Semplicemente, Luca.

A.M.M.









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