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PIMPA, LA FANTASIA È UN’AVVENTURA


Molti pensano che fantasticare significhi solamente vagare altrove con la mente mentre si sta fermi in un luogo, come il salotto di casa o la propria camera. Che sia il frutto di un sogno, vissuto sulle ali della leggerezza che regala un sonno sereno mentre si giace placidamente tra le lenzuola del proprio letto. La fantasia, però, necessita anche di altro. Affinché la nostra testa si perda nei meandri dell’onirico abbiamo bisogno di spazi aperti e di aria fresca. La fantasia deve essere stuzzicata, provocata interagendo continuamente con una realtà che magari non ci piace o più semplicemente limita la nostra capacità di immaginare prospettive e orizzonti differenti. 



Ebbene, cinquant’anni fa, pubblicando la prima striscia a fumetti della Pimpa sul Corriere dei Piccoli, quel genio di Altan diede, a mio avviso, una prova tangibile di cosa sia davvero la fantasia. La Pimpa, la cagnolina bianca a pois rossi nata per fare contenta la figlia del vignettista, è l’emblema stesso della fantasia vissuta come ricerca continua. La Pimpa attorciglia freneticamente le lunghe orecchie, lascia penzolare la lingua all’angolo della bocca, saltella, corre di qua e di là e fa fatica a restare in casa, come spesso preferirebbe il suo baffuto papà, l’Armando, che tuttavia capisce di non poter tenere a freno l’esuberanza della sua piccolina. Ecco che allora la Pimpa studia, gioca, dialoga con oggetti e elettrodomestici di casa sua (dalla sveglia all’asciugacapelli passando per la macchina per cucire), prepara torte. Ma poi, dopo un po’, sente quel bisogno proprio di ogni bambino. Andare oltre l’orizzonte che scorge dalla finestra della propria cameretta. E così esce per i campi che circondano casa sua. Parla con il vento, con gli alberi, con i fiori. Gioca con gli altri animali. Si rotola nella neve d’inverno, fa lunghe passeggiate o pedala in bicicletta d’estate. Scavalca colli, scala montagne, attraversa boschi alla ricerca di risposte agli interrogativi più disparati. Arriva perfino a cavalcare un razzo o a planare con un aeroplano per raggiungere il Messico o l’Africa per scoprire cosa sia un sombrero o per conoscere gli elefanti. Il bello è che alla fine di ogni avventura la Pimpa si risveglia nella propria stanza, come se avesse soltanto sognato. O almeno è questo ciò che pensa l’Armando, che tuttavia (clemente come ogni genitore col proprio figlio) dichiara sempre di credere ai suoi racconti. Ma che la Pimpa faccia o meno per davvero quei viaggi ai confini della terra, o parli realmente con la luna, con una zebra della savana o con il sassolino di un ruscello vicino casa sua poco importa. Ciò che conta davvero è che la sua curiosità, la sua voglia di conoscere, di sapere, di sperare anche, la spingano a varcare i confini della realtà propriamente detta. Buttandosi a capofitto in storie, personaggi e circostanze spesso improbabili, ma comuni nella mente di un bambino (e spesso, come nel caso di chi vi scrive, anche di un adulto) sempre pronto a illudersi che le cose stiano come lui crede. Perché la vita non è certo un cartone animato o un libro a fumetti, eppure non c’è esistenza umana che valga la pena vivere senza un pizzico di immaginazione. E l’immaginazione è un’avventura. Una fantastica avventura da vivere magari a occhi chiusi ma a cuore aperto. Proprio come ci hanno insegnato da bambini. E come la Pimpa, l’Armando e Altan ci invitano a fare da mezzo secolo, tra fantastiche illusioni e meravigliose certezze.

A.M.M.

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