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PAOLO PANELLI: IRONIA FUORI DAL CORO


«Riesce solo chi è ‘n artista a trasforma’ ‘n difetto in qualità». Scriveva così Gigi Proietti, nel sonetto che gli dedicò al momento della sua scomparsa. Paolo Panelli aveva un difetto: era stonato. Eppure quando cantava catturava l’attenzione. Era piccoletto, da giovane magrissimo, aveva un volto buffo e espressivo alla massima potenza. Non era quello che si definirebbe un bell’uomo. Ciononostante piaceva, piaceva molto anche alle signore. E sebbene il suo cuore è sempre appartenuto solo e soltanto a una donna, piccola e intelligente quanto lui, l’amata Bice Valori, tutto questo gli ha sempre fatto piacere. Perché di quei piccoli difetti, veri o presunti, Paolo Panelli aveva fatto la propria forza in anni e anni di esperienza. 



Una gavetta lunga, cominciata da ragazzino tra i teatri parrocchiali e le filodrammatiche della sua Roma - dove nacque un secolo fa, il 15 luglio 1925 - prima di approdare all’Accademia D’arte Drammatica e scegliere definitivamente la propria vocazione. Esordì in palcoscenico col repertorio drammatico in Compagnia con Sarah Ferrati e Sergio Tofano, poi passò alla rivista dove la sua predisposizione all’ironia emerse con risultati strabilianti. Vennero poi gli spettacoli radiofonici, la lunga esperienza  nella commedia musicale targata Garinei & Giovannini (da Buonanotte Bettina a Aggiungi un posto a tavola) e, soprattutto, la televisione. Il piccolo schermo diventò ben presto il luogo prediletto. 


In alto, Paolo Panelli con Delia Scala e Nino Manfredi in “Canzonissima” 1959.
In basso, Panelli con Ave Ninchi, Aldo Fabrizi e Bice Valori in “Speciale per noi” (1971).



La sua comicità spontanea, dissacrante ma sempre raffinata, esplose nei migliori programmi della neonata Rai Tv, da Canzonissima 1959 (che gli valse il Microfono d’argento), dove divise la scena con Delia Scala e Nino Manfredi, alla scoppiettante edizione del 1969, con una superba Mina e un incontenibile Walter Chiari con cui scherzare giocando sulle rispettive differenze fisiche. Per non parlare di Speciale per noi, nel 1971, la risposta dei “matusa” alla gioventù perduta (Speciale per voi, con Arbore) condotto in doppia coppia: Aldo Fabrizi con Ave Ninchi e Paolo Panelli con Bice Valori. 


Paolo Panelli e Bice Valori. In alto, i coniugi Cecconi. In basso, il tassinaro e la cliente “tignosa”.



Ed è proprio accanto a quest’ultima che diede il meglio di sé, attraverso scenette entrate nella storia televisiva, offrendo una serie di personaggi romani geniali e ironici sacrificati sugli altari del sabato sera: dal Sor Cecconi a Menelao Strarompi fino al tassinaro alle prese con la cliente “tignosa”. Perché sì, si potrebbero anche citare decine di commedie, dirette da registi come Mastrocinque, Fulci e Steno, dove la sua presenza brillava per effervescenza e carattere anche dentro sceneggiature che lasciavano molto a desiderare. Ma il cinema, a differenza della televisione, non ha mai sfruttato al meglio le sue potenzialità. Anche se, nell’ultima parte della sua vita, fu proprio il cinema a sorreggerlo e confortarlo dopo un periodo difficile. Quando Bice Valori, la sua compagna d’Accademia, la sua partner di scena prediletta, la moglie e la madre di sua figlia, Alessandra, se ne andò a soli cinquantadue anni per un tumore.


In alto, Paolo Panelli con Marcello Mastroianni in “Splendor” (1989) di Ettore Scola.
In basso, con Riccardo Scontrini in “Parenti serpenti” (1992) di Mario Monicelli.


 La sua scomparsa fu un dolore troppo grande per lui. Dopo più di vent’anni di vita insieme, abituarsi alla solitudine non era facile. Una parte di Paolo, indubbiamente, andò via con lei. Fu in quel momento, forse proprio per vincere la sofferenza, che il cinema tornò protagonista nella sua vita. Con Splendor di Scola, accanto all’amico Marcello Mastroianni, vestì i panni di un anziano e galante libraio, uno dei fedelissimi spettatori della sala cinematografica del protagonista. In Parenti serpenti di Monicelli, invece, interpretò Saverio, vetusto padre di famiglia, un po’ rintronato, carabiniere in pensione ormai succube della energica moglie al grido di “Uso a obbedir tacendo”.


In alto, Paolo Panelli con Enrico Montesano ne “Il conte Tacchia” (1982) di Sergio Corbucci.
In basso, ancora con Montesano nella serie televisiva “Pazza famiglia” (1995-1996) di Enrico Montesano.


Ma le sue apparizioni più celebri e ricordate sono quelle al fianco di Enrico Montesano in memorabili duetti: quale padre (Il conte Tacchia, Grandi magazzini) e suocero (nella serie televisiva Pazza famiglia, la sua ultima apparizione) alle prese con la falegnameria, uno dei suoi hobby preferiti. Perché Paolo Panelli, per diletto, è stato anche fotografo,  falegname (amava costruire mobili) ma anche intarsiatore, scultore e pittore. Niente male per un ometto che dei difetti aveva fatto virtù, pur avendone già molte. 


“In morte di Paolo Panelli”, il sonetto di Gigi Proietti.


È vero, soltanto chi è un artista riesce a trasformare difetti in qualità. Aveva ragione Gigi Proietti, regalandogli quei versi nel maggio del 1997, mentre egli volava in Paradiso per ritrovare la “sua” Bice, come un novello Dante. Perché Paolo Panelli era un artista nel vero senso della parola. Ed era stonato, nel vero senso della parola. Ma come raccontava Proietti in quella lirica, il suo essere stonato lo portava a essere un solista, fuori da un coro di perfetti intonati e proprio per questo un passo avanti. L’ultima terzina di quel sonetto è molto evocativa in tal senso: «Paolo nun ce sta più. Giuro su Dio manca quarcuno che non sta ner coro, e me sento stonato pure io». E Paolo Panelli è stato esattamente questo: geniale, ironico e fuori dal coro.

A.M.M.

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