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LETTERA A LUCIANO DE CRESCENZO N°6


Caro Luciano,

ci sono momenti in cui avrei voglia di urlare. Affacciarmi alla finestra o al balcone e cacciare un urlo bestiale, come quello che Nuccia Fumo, ne Il Mistero di Bellavista, riversava in un imbuto per fingere la presenza in casa di un presunto nipote pazzo, ricordi? Sì, vorrei urlare. Vorrei urlare tutto il malessere che ho dentro. Un malessere fatto di insoddisfazione mista a nostalgia, malinconia e rifiuto del tempo che passa e che non porta con sé nulla di buono. Lo leggiamo sulle pagine dei giornali, lo vediamo nei servizi dei telegiornali. «Il tempo va, passano le ore», cantava Alex Britti, e giorni, settimane, mesi, anche anni, ma succedono sempre le stesse cose. 



L’Ucraina continua a bruciare senza sosta. Gaza rende le anime dei suoi figli, soprattutto quelli più piccoli. Case distrutte, famiglie lacerate nel dolore della perdita senza ragione, vite dilaniate dall’atroce colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’Europa si sfascia da ovest ad est, mentre l’Italia, precariamente ritta sul confine, barcolla tra il Tirreno e l’Adriatico, col pericolo di sprofondare in un mare di megalomania, tra il pupazzo dal ciuffo biondo che spara palle a orario come il cannone del Gianicolo, e il dittatore russo che ha ben capito l’antifona e a quelle palle risponde con sonori colpi (non a salve). Come vedi, caro Luciano, dall’ultima lettera sono passati dodici mesi, anche con una certa premura, ma lo status quo è rimasto lo stesso. Perfino il tempo meteorologico, di natura variabile, ha trovato il suo tragico e statico equilibrio.  Quelle belle estati, calde ma asciutte, con un fresco venticello serale che ristorava gli animi di noi abitanti del Mediterraneo, sono solo un lontano ricordo. Come lo è l’anticiclone delle Azzorre, annunciato con briosa eleganza da Bernacca, Baroni e Caroselli, i “signori” del meteo, per la gioia di tutti i vacanzieri in procinto di partire per le agognate ferie. Ormai soltanto venti caldi e umidi, giornate afose e temperature oltre la media. Niente più brevi temporali estivi, rigeneranti, romantici e un po’ malinconici, a cadenza settimanale, ma soltanto lunghi periodi di siccità (di cui stiamo risentendo tutti) intervallati da piogge torrenziali e bombe d’acqua pronte a distruggere tutto ciò che trovano. Verrebbe voglia di gridare di cuore un liberatorio «Basta con la violenza negli stadi!» come Renato Pozzetto - rigorosamente al di fuori di un contesto calcistico -  davanti a una situazione globale che sta diventando sempre più insostenibile sotto tutti i punti di vista. Ma veniamo a noi, Luciano, perché questa digressione mi serviva soltanto a fare un parallelismo. Per ogni malessere esteriore, infatti, c’è sempre un malessere interiore, che non credo riguardi soltanto la mia persona. «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me» scriveva Kant, contemplando la bellezza e le perfezioni celesti e quella pulizia interiore che risponde ai princìpi più irriducibili e personali. Ma se anche il cielo, con le sue regole, le sue costellazioni, il suo ordine rigoroso va in subbuglio, si addensa di nuvole mentre le stelle si spengono lasciandoci al buio, credi che i princìpi che regolano le nostre azioni, emozioni, sentimenti, paure e desideri possano reggere a questa oppressione? Sfido chiunque a non perdere la bussola, a non smarrirsi nel viaggio della vita senza più punti di riferimento sicuri e garantiti. Che la rabbia o la rassegnazione rancorosa prendano il sopravvento credo sia legittimo, specialmente quando le certezze sono poche e i dubbi molti. Mi vengono in mente le parole di un grande successo di Massimo Ranieri: «E vorresti urlare, soffocare il cielo, sbattere la testa mille volte contro il muro». Perché sì, caro Luciano, io vorrei urlare. Vorrei urlare il mio malessere senza vergogna. Ma non si può, non è concesso. Dobbiamo tenerci tutto dentro, soffrire in silenzio. Viviamo in un tempo che non ammette ribellioni, obiezioni e neanche lacrime di dolore. E allora si finisce, come nel mio caso, per scegliere di ignorare questo tempo e rifugiarsi in un universo parallelo. Quello che si vive leggendo un romanzo, guardando un film, scrivendo storie o storie nella Storia, come faccio io. Storie che interessano a pochi, o forse non interessano a nessuno all’infuori di me. Ma va bene così, e tu sai anche il perché. Perché si scrive innanzitutto per se stessi. Per la gioia di mettere nero su bianco i propri pensieri, i propri stati d’animo, le proprie fantasie. Scrivere aiuta a confessarsi, a raccontare al mondo se stessi. Ecco, scrivere è il mio modo di urlare. Urlare stando in silenzio. Ed è per questo che ti ringrazio, Luciano, per avermi offerto la possibilità di urlare in questo foglio, anche se sommessamente. Perché in fondo noi siamo filosofi, come Socrate e Nietzsche, non Urlatori, come Dallara e Celentano. Le nostre grida sono silenziose, fatte di parole scelte con cura e dedizione per togliere i nostri pesi sul cuore. Mentirei se ti dicessi di sentirmi già più leggero, ma come sempre scriverti mi è servito tanto. Mi è servito soprattutto a capire, ancora una volta, quanto parlare con te sia sempre edificante. «Un amico sai, ti capisce al volo» e soprattutto «non ti lascia solo», cantavano Bobby Solo e Little Tony. E allora grazie, amico mio. Grazie della tua presenza, della tua pazienza e dei tuoi consigli, silenziosi come le mie urla. Perché arrivano sempre, dritti al cuore. 

Statt’ buonoLucia’, e un forte abbraccio.


Andrea

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