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ALBERTO LATTUADA, EMOZIONI DA VIVERE


Un film non è fatto di ricordi, ma di emozioni. Emozioni che rimangono, dentro e fuori la pellicola. Emozioni che ti porti con te, per sempre. Specialmente se si stato tu a provarle per primo. Alberto Lattuada se ne andava vent’anni fa, il 3 luglio 2005. L’ultima parte della sua esistenza fu minata dall’Alzheimer, quella malattia che cancella memoria. Memoria, ricordi appunto, ma non le emozioni. Perché sono convinto che quelle, scritte, fotografate, impresse su pellicola, egli le ha conservate fino alla fine. 



Classe 1914, milanese, architetto, giornalista, fotografo, critico di arte e di cinema, sceneggiatore e regista, Alberto Lattuada ha condotto una vita lunga novant’anni, percorsa sul filo delle emozioni. Prima l’arte letteraria, poi la fotografia (con una raccolta, L’occhio quadrato, pubblicata nel 1941), e infine il cinema. 


In alto, Amedeo Nazzari e Anna Magnani ne “Il bandito” (1946).
In basso, Carla Del Poggio in “Senza pietà” (1948).



Iniziò come aiuto regista per Mario Soldati e Ferdinando Maria Poggioli, per poi passare dietro la macchina da presa con due opere letterarie riadattate per il grande schermo: Giacomo l’idealista e La freccia nel fianco



In alto, Aldo Fabrizi e Yvonne Sanson ne “Il delitto di Giovanni Episcopo” (1947).
In basso, Silvana Mangano e Raf Vallone in “Anna” (1951).



E per quanto la rivisitazione di opere letterarie sia stata una sua prerogativa, e fonte di grande successo (Il delitto di Giovanni EpiscopoIl cappottoLettere di una noviziaLa tempesta), nella sua lunga carriera Alberto Lattuada ha affrontato di tutto: dal neorealismo di Anna, con Silvana Mangano, e Il bandito, con Amedeo Nazzari, Anna Magnani e Carla Del Poggio (moglie del regista e protagonista anche di altre pellicole di successo, come Senza pietà), alla critica sociale e di costume de La spiaggia, con Martine Carol. 




In alto, Renato Rascel e Giulio Calì ne “Il cappotto” (1952).
In basso, Martine Carol e Anna Pisani ne “La spiaggia” (1954).



Dalle tragicomiche peripezie di una compagnia teatrale di 
Luci del varietà - codiretto con Federico Fellini -, a un giallo tutto italiano come Mafioso, con Alberto Sordi. Fino alla romantica malinconia degli amori adolescenziali in Guendalina e Dolci inganni, interpretati rispettivamente da Jacqueline Sassard e Catherine Spaak. 



Da sinistra, Raf Mattioli, Jacqueline Sassard e Raf Vallone in “Guendalina” (1957).



Per non parlare della passione per il documentario (il kolossal Cristoforo Colombo per la televisione) e per quella visione un po’ cinica, comica al punto giusto, della società degli anni ‘70:  da Venga a prendere il caffè da noi Le farò da padre



In alto, Pascale Petit e Massimo Girotti in “Lettera di una novizia” (1960).
In basso, Alberto Sordi e Carmelo Oliviero in “Mafioso” (1962).



Ma che si trattasse di una commedia o di un dramma, che si trattasse di un romanzo o di un soggetto originale, che fosse uno dei suoi film d’esordio o un’opera della maturità, a fare da collante alla cinematografia di Alberto Lattuada c’erano sempre e solo loro: le emozioni. Emozioni forti, autentiche. Emozioni che ti restano dentro. Emozioni da vivere. 

A.M.M.


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