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MIA MARTINI, LA BELLA VOCE DI UN’ANIMA FRAGILE


«Sai, la gente è matta/Forse troppo insoddisfatta». È tutto qui. È tutto racchiuso in quel brano che nel 1989, sul palco dell’Ariston, la riportò in alto dopo i tanti, troppi saliscendi della sua breve esistenza. Almeno tu nell’universo non è soltanto una canzone che parla del bisogno di amore da parte di un uomo unico e speciale. È un brano che racconta, quasi inconsciamente, attraverso le parole di Bruno Lauzi, quello che Mia Martini, ma soprattutto Mimì Berté, ha dovuto subire nella sua vita. La gente è matta, davvero, se non capisce quando si tocca il fondo senza la possibilità di risalire e non perdere la propria dignità. La gente è matta quanto mette in giro cattiverie, in apparenza sciocchezze che diventano inevitabilmente lame ben affilate in grado di lacerare un animo sensibile. 



Mia Martini aveva una bella voce, forse una delle più belle che si siano mai ascoltate nel nostro Paese. Ma aveva un cuore, un corpo e una testa come tutti. Se qualcuno comincia a dire che porti sfortuna, se le persone ci credono e iniziano ad evitarti, a metterti alla berlina, a schernirti e a parlarti dietro, finisci anche per crederci. O meglio: continui a non crederci, ma non puoi fare altro che prenderne atto e regolarti di conseguenza. Mia Martini si è addossata una croce forse troppo grande, eppure l’ha portata. Rapporti familiari complicati, soprattutto col padre. Il legame profondo ma anche conflittuale con la sorella piccola, Loredana Berté. L’amicizia con Renato Zero. Il grande amore con Ivano Fossati. E poi i successi musicali: Donna sola, Minuetto, Gli uomini non cambiano, E non finisce mica il cielo. Barlumi di speranze tra altalenanti stagioni nutrite di sofferenza, solitudine, dispiacere. Dolore per non sentirsi capita e accettata. Mimì Berté, più che Mia Martini. Perché quest’ultima, in fondo, si è anche presa le sue soddisfazioni. Un bel vestito, un filo di trucco, l’eleganza innata nei gesti e nella voce. Un microfono, le note de La nevicata del ‘56 , un pubblico che applaude, la critica che ti esulta e ti senti subito meglio. Ma quando non sei sotto i riflettori, quando sei sola con te stessa, quando sei semplicemente Domenica “Mimì” Berté, allora ecco che viene fuori tutto il resto. Quel mondo di ombre, quella voragine che ti inghiotte non appena cala il buio. In quegli attimi ti senti triste e hai la percezione di non aver vissuto come avresti voluto. Perché è vero, la gente è matta, e il più delle volte parla a sproposito, ma anche tu, in preda alla disperazione, rischi di impazzire. Forse successe anche a lei, di impazzire. Impazzire di solitudine e di tristezza. E così, sola e triste, Mia Martini se ne andò trent’anni fa, il 12 maggio 1995. Riversa sul letto, con le cuffiette del walkman nelle orecchie. Sola e triste. Ad accorgersi della sua scomparsa, due giorni dopo, furono il padre (con cui si era riconciliata) e il suo manager, che l’attendeva per un concerto quella sera. Mia Martini, ancora una volta, aveva vinto su Mimì Berté. Ma se ne andarono insieme, unite, la bella voce e l’anima fragile. Un’anima tormentata fino alla fine. Un’anima che desiderava soltanto la libertà. La libertà di volare sopra le cose, senza lasciarsi legare. Fu proprio questa una delle sue ultime, intense e indimenticabili grida della sua vita: «Ah comme se fa’/ a da’ turmiento all’anema ca vo’ vula’». E come si fa a dare tormento a un’anima che desidera soltanto volare?

A.M.M.


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