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CIAO, NINO!


La “nobile arte” ha perso il suo principe. Sorriso smagliante, fisico statuario, un gancio che non ammette repliche ma anche la consapevolezza che, nella vita, con i pugni non si risolve nulla. Nino Benvenuti se n’è andato e l’ha fatto così come ha condotto la sua lunga esistenza, dentro e fuori dal ring. Con discrezione, lontano dai clamori, dalle lacrime facili. 



Classe 1938, boxeur dal volto candido, istriano e triestino fin nel temperamento, amato dalle donne, invidiato dagli uomini per la sua agilità e sicurezza nello schivare colpi così come polemiche inutili, Nino Benvenuti è stato l’emblema di un’arte che sembra aver ben poco di nobile. Eppure, negli anni ‘60, fare il suo nome significava ammettere che un che di grazia, in quei match, ci fosse sempre. Perché Nino Benvenuti era un signore come pochi nel mondo della boxe. Un uomo elegante, un conversatore pacato e uno sportivo vero. Nella rivalità con Sandro Mazzinghi, nell’epica sfida del 1967 con Emile Griffith, nello scalare le classifiche tra pesi welter, superwelter e medi, egli non ha mai dimostrato alcuna sete di vittoria se non quella che ci si aspetta da un vero competitore. Un uomo che aveva rivali, ma non nemici. Un uomo capace di accettare una sconfitta. Un uomo che ha saputo fare anche gesti di grande generosità, dedicandosi alla sensibilizzazione a favore di campagne umanitarie e in difesa dell’ambiente, mettendosi non solo una mano sul cuore, ma anche in tasca. E forse questo vale più dell’oro olimpico di Roma del 1960 e dei titoli nazionali e internazionali. Perché la vera nobiltà sta nel cuore, e in un pugno - come cantava  Celentano - può esserci anche una carezza. La carezza di un campione: nello sport e nella vita. Ciao, Nino!


A.M.M.


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