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IL DOVERE DI ESSERE LIBERI


«Sorsero i partigiani e fu una aperta ribellione contro il mondo, contro uomini, contro idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di quarantacinque milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciarono la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l’amore , la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent’anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga – agli uomini di vent’anni  già vecchi – quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza».

Scriveva così, sulle pagine di Patrioti, giornale clandestino dei partigiani emiliani di Giustizia e Libertà, Enzo Biagi. Bologna era stata appena liberata e pochi giorni dopo, il 25 aprile 1945, l’Italia intera si lasciò inebriare da quel profumo che aveva lasciato spazio al puzzo atroce, violento e ingiusto dell’oppressione. Enzo Biagi era già quello che sarebbe poi diventato: un maestro della parola. Un narratore efficace. Un uomo gentile e di grandi valori. La libertà era uno di questi. 



Quella libertà che aveva spinto lui e tanti altri giovani a sacrificare se stessi in nome del bene e del futuro della nazione. Una nazione che in quel momento sembrava morta, sepolta sotto le macerie dei palazzi, sotto i colpi dei fucili mitragliatori, sotto il pianto delle donne rimaste sole nelle città e nei paesi combattendo anch’esse, con l’arma della determinazione, per portare avanti famiglie sotto la loro esclusiva responsabilità. Sotto cumuli di detriti e di morti ammazzati senza pietà. Quella nazione viva nel cuore di quei giovani partigiani che ottant’anni fa seppero abbandonare la paura e abbracciare il coraggio. Il coraggio di chi ha fede, come scriveva Biagi. Quella fede che sorregge, che incoraggia, che sopporta e che supporta. Quella fede che non conosce religione o colore politico, sesso o estrazione sociale. Quella fede che si chiama libertà. Quella fede che in un tempo cupo come il nostro presente, più che un diritto appare un dovere. Nei confronti di quei giovani di grandi speranze che lottarono affinché altri giovani, in un domani lontano, potessero essere liberi.

A.M.M.


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