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MARIO BONNARD: UOMO DI CINEMA, UOMO DEL CINEMA


Era bello, affascinate, “padrone” del cinema e il desiderio di ogni donna. L’unica cosa che “non era”, l’indiscussa paternità di Ettore Petrolini. Perché Gastone, il protagonista di una commedia che ha definitivamente consacrato al successo l’attore e commediografo romano, fu il frutto di una ispirazione. Il suggerimento involontario di un grande pioniere del cinema muto italiano che da attore di fama passò dietro la macchina da presa per regalare grandi e piccoli capolavori tra il primo e il secondo dopoguerra: Mario Bonnard. 






Classe 1889, romano, elegante e disinvolto, esordì in teatro nei primi anni del ventesimo secolo, ma ben presto entrò nella schiera di attori che sul grande schermo, prima del Verbo portato in dote dal sonoro, riuscivano a divertire il pubblico con sapiente uso di gesti, espressioni e raffinati costumi. Dopo il debutto in un cortometraggio ispirato all’Otello di Shakespeare, Bonnard ebbe il primo ruolo da protagonista in Satana di Luigi Maggi, nel 1912, ma fu con Ma l’amor mio non muore di Mario Caserini, accanto a Lydia Borelli, che ottenne la consacrazione. Raffinato, di grande classe, corteggiatore indefesso, Mario Bonnard divenne l’archetipo del dandy, una figura dai richiami dannunziani che si ritrovò a riproporre di frequente. 



Bonnard attore. Mario Bonnard con Lydia Borelli in “Ma l'amor mio non muore” (1913) di Mario Caserini.


Nel frattempo, però, egli scoprì che era bello anche stare dall’altra parte dell’obiettivo. Nel 1917 la prima regia e lì di seguito l’ex attore del cinema muto diventò regista, fondando anche una propria casa di produzione. E fu proprio lui a lanciare sul grande schermo quel Petrolini che, a sua volta, trasse da Bonnard ispirazione per quella commedia che nel 1924 gli diede tanta notorietà e la fama perpetua. Ma fu proprio da regista, anni dopo, a ricambiare in un certo senso la cortesia. Perché Bonnard ha affrontato i generi più disparati. 




Bonnard regista. In alto, Elsa Merlini e Nino Besozzi in “Trenta secondi d'amore” (1936).
In basso, Aldo Fabrizi e Anna Magnani in “Campo de Fiori” (1943).





Dalla trasposizione di opere letterarie (I promessi sposi) alla commedia borghese anni ’30 fino al melodramma strappalacrime del Dopoguerra, passando tra peplum e film d’avventura, con un piccolo-grande salto nel neorealismo con due pellicole che consacrarono Aldo Fabrizi alla popolarità nazionale: Avanti, c’è posto... e Campo de’ Fiori




Anna Maria Ferrero e Alberto Sordi in “Gastone” (1959).


Ma la più grande soddisfazione, senza dubbio, fu quella di riportare in auge il suo glorioso passato. Il ricordo di un tempo lontano dove i gesti contavano più delle parole, e dove la bellezza e l’espressività di un volto erano tutto. Con Gastonenel 1959, Mario Bonnard affidò ad Alberto Sordi il compito di rievocare il suo passato da grande attore del muto, ma omaggiò anche la memoria di Ettore Petrolini e quel suo personaggio, un po’ presuntuoso, un po’ ingenuamente illuso, a lui ispirato. Perché Bonnard era senza dubbio un uomo di cinema: un cinema artigianale ma appassionato, fatto di capitoli importanti che ancora oggi caratterizzano la storia del grande schermo nazionale. Ma era anche un uomo del cinema. Un cinema muto nelle parole ma loquace nei fatti. Un cinema di cui Mario Bonnard fu tra i più grandi protagonisti. E a sessant’anni dalla sua scomparsa - avvenuta il 22 marzo 1965 - era giusto ricordarlo.


A.M.M.

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