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 TINO CARRARO: L’ATTRIBUTO DELLA DISCREZIONE

Un aggettivo. Forse lo si potrebbe definire così. Un aggettivo del teatro. Tino Carraro è stato uno dei grandi artigiani della scena nazionale. Un uomo che ha fatto dell’esibizione la propria ragion d’essere, ma in qualità di aggettivo, appunto, in riferimento al sostantivo esibizione. Perché non c’è pièce, non c’è ruolo in cui Tino Carraro non sia emerso per talento, bravura, naturalezza, ostinazione alla meticolosa preparazione e relativa riuscita in palcoscenico. Ma quel suo “esibire” non riguardava se stesso, bensì ciò che egli rappresentava in quel momento. Non si trattava nemmeno di mimesi, di totale fusione col personaggio. 



Tino Carraro era sempre se stesso, negli occhi, nello sguardo, nel portamento, nell’eleganza in gesti ed espressioni. Ma in quell’essere autenticamente se stesso proiettava la gioia, la rabbia, la dissoluzione, l’enfasi, i sorrisi, i moti d’ira e le più turpi o lodevoli passioni dei suoi personaggi. In questo, senza dubbio, concorreva il suo essere naturalmente milanese. Carraro era nato e cresciuto a Milano, laddove negli anni ‘30, dopo un impiego in banca e il lavoro per una concessionaria automobilistica decise di seguire il cuore, entrando all’Accademia dei Filodrammatici e consacrandosi per sempre al sacro fuoco dell’arte teatrale. 


Tino Carraro in scena in“Enrico IV” di Pirandello, regia di Orazio Costa, 1961.

Dopo gli esordi nella compagnia dell’Accademia di Roma, con Molto rumore per nulla di Shakespeare per la regia di Silvio D’Amico, Tino Carraro fece parte delle più prestigiose compagnie nazionali, lavorando con Luigi Cimara, Orazio Costa, Luchino Visconti ma soprattutto Giorgio Strehler, col quale nel 1952 diede vita a un sodalizio lungo quarant’anni. Da Sofocle a Pirandello, da Checov a Shakespeare, da Goldoni a Brecht, la precisione, la dedizione, l’anima pura del “lavuratur” figlio della Madunina ebbero il sopravvento sulla sua figura naturalmente attraente, facendo sì che in scena ci fosse soprattutto il ruolo e non il suo interprete. 


Tino Carraro in scena con Ottavia Piccolo in “Re Lear” di William Shakespeare, regia di Giorgio Strehler, nel 1972. 


Da bravo aggettivo, infatti, Tino Carraro si è semplicemente speso affinché il sostantivo, ovvero il singolo personaggio o l’intera pièce che andava in scena, venisse sempre valorizzato dalla sua personalità e non offuscato. Non è un caso, forse, che il cinema non l’abbia mai lusingato più di tanto, mentre fu molto presente, sempre un passo indietro rispetto ai panni indossati, negli sceneggiati televisivi. Praticamente la trasposizione sul piccolo schermo di lavori teatrali o grandi opere letterarie, dove la conoscenza del palcoscenico e la capacità di dare risalto al testo erano tutto. 


Tino Carraro con Nino Castelnuovo nello sceneggiato “I promessi sposi” (1967) di Sandro Bolchi.

Memorabile la sua immensa interpretazione di un pavido Don Abbondio nella trasposizione dei Promessi Sposi fatta da Sandro Bolchi nel 1967. Anche in quel caso, Tino Carraro c’era e non c’era. C’erano il suo corpo, la sua maestria, la sua intelligenza d’attore meticoloso, ma c’erano soprattutto i timori, la pusillanimità e il terrore del curato nato dalla “penna” del Manzoni. Questo è stato il suo pregio: dare spazio all’arte, non all’artista. Valorizzare il quadro, come fa una cornice, ma senza distogliere lo sguardo dell’osservatore dal soggetto ritratto. Ecco, a trent’anni dalla sua scomparsa - avvenuta il 12 gennaio 1995 -, credo che ricordare Tino Carraro significhi prima di tutto riscoprire, attraverso il suo sguardo, la sua voce e i suoi gesti, decine e decine di vite parallele alla sua. Vite che, senza la sua presenza discreta, non avrebbero conosciuto gli stessi “attributi.

A.M.M.

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