Passa ai contenuti principali

 SANT’ANTUONO IN FESTA: RICORDI PASSATI, SPERANZE FUTURE

I rintocchi decisi e incalzanti delle campane. La melodia malinconica di zampogna e ciaramella. I bagliori della Castedda nel cielo scuro e freddo di gennaio. Le luci dei fuochi pirotecnici e delle luminarie. Il ciarlare della gente che riempie la strada. Il guaito dei cagnolini e il miagolio dei gatti in attesa della benedizione. I nostri piccoli paesi vivono ormai di ricordi e di tradizioni. Quella della festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, è per lo storico rione di Lagonegro (PZ) un segno di speranza. Sant’Antuono, una lingua di sampietrini che si estende dall’Ufficio delle Poste alla piazzetta subito sotto il “nuovo” Istituto Magistrale (oggi sede del Liceo delle Scienze Umane), è un quartiere ormai povero di gente, raggruppata in piccoli nuclei familiari, ma ricco di storie che si perdono nella notte dei tempi. 



La piccola, accogliente e suggestiva chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, risalente al XVII secolo e un tempo parte di un convento, è stata per anni teatro delle amorevoli, semplicistiche e anacronistiche (se traslate nel presente) omelie di don Carlo Cascone, che per più di mezzo secolo ha celebrato l’eucarestia tutti i giorni feriali, il martedì officiando perfino in latino, tra un Dominus vobiscum e un Ite missa est. Ma soprattutto ha tramandato, di generazione in generazione, dai nonni ai nipoti, la festività del 17 gennaio, preceduta dalla tradizionale novena e onorata con ben tre messe (due la mattina, una il pomeriggio), la benedizione degli animali, di cui il Santo eremita è protettore, la benedizione del pane e quella del fuoco, con la realizzazione della Castedda, una sorta di piramide di legna allestita nei pressi della chiesa. Per gli abitanti di Sant’Antuono, per anni accompagnati nelle loro vicissitudini quotidiane dal suono delle campane della chiesa - alle 7, alle 12 e alle 19 -, la scomparsa di don Carlo dieci anni fa è stato un duro colpo. Non solo per la perdita di un sacerdote molto amato e “amico” della comunità. Ma anche perché la sua morte ha decretato, inesorabilmente, la fine dell’attività liturgica giornaliera di Sant’Antuono. La festa del 17 gennaio, però, una abitudine cara non solo alla gente del quartiere ma anche a tutta la popolazione lagonegrese, è sopravvissuta grazie all’impegno dei promotori laici e dei diversi parroci che hanno ereditato la guida spirituale della chiesa. In primis, don Mario Tempone, un altro illustre prelato cittadino - attualmente parroco della vicina Rivello -, che non solo ha conservato la tradizionale liturgia, mantenendo la novena che precedeva le solenni celebrazioni del 17 gennaio, ma anche recuperando il rito della processione, in cui la antica statua lignea del Santo, scendendo giù dalla via Sant’Antuono e passando davanti all’Ufficio delle Poste e alla vicina Chiesa dell’Assunta (altro teatro liturgico dell’eccelso don Carlo), percorre piazza IV Novembre per poi risalire lungo Sant’Antuono raggiungendo nuovamente la chiesa. Una riscoperta particolarmente gradita ai fedeli, tanto da essere integrata tra i tanti momenti della festa, che quest’anno si è ripetuta come tradizione, grazie anche alla clemenza delle condizioni meteorologiche. Certo, più passa il tempo, più ci si accorge di come la festa di Sant’Antuono abbia perso molto. Oltre all’indimenticato don Carlo e al suo fedele sagrestano Ciccio Radesca (in precarie condizioni di salute), altra “anima” della chiesa di Sant’Antuono, sono molti i volti che sono venuti a mancare con lo scorrere degli anni. Soprattutto le tante parrocchiane che animavano non solo la novena e la festa ma anche le celebrazioni quotidiane ai tempi di don Carlo. Una volta alcuni abitanti alzavano le serrande dei propri garage dove si cucinavano pasta, fagioli e cotiche e si stappavano bottiglie di vino novello, tra suoni di organetti, canti e balli. Ma se alcune cose si sono perdute, altre si sono guadagnate, per un presente che sa di futuro. Perché, ad esempio, se prima ad allietare la serata c’erano la zampogna di Biase Perciante e la ciaramella di Salvatore Falabella (ex presidente del fu Gruppo Folk del Sirino), oggi ci sono Domenico Bevilacqua e Gianluca Cecere, due giovani abili suonatori di questi antichi strumenti che con la loro piccola realtà associativa (I suoni del Sirino) portano avanti una tradizione musicale lontana nel tempo ma viva nei propri cuori appassionati. Perché dopo tutto, con buona pace del clero, oggi impersonato da don Gianluca Bellusci, parroco di Lagonegro, a fare grande la festa di Sant’Antuono è sempre stata la gente. Nel 2023, quando, dopo due anni di pandemia da Covid19, la tradizione poté essere ripresa, a “guastare la festa” ci pensò una pioggia torrenziale accompagnata da tuoni e lampi. Quindi niente Castedda, niente benedizione degli animali, niente canti, niente balli e nemmeno la processione. Però la piccola chiesa di Sant’Antuono, per la messa, era gremita di persone. Uomini e donne, giovani e vecchi che non si lasciarono scoraggiare dall’umidità e dal freddo pur di onorare il Santo con la loro presenza e le loro preghiere. Anche quest’anno, con un clima decisamente più propizio, benché rigido, la festa di Sant’Antuono è stata celebrata a dovere, tra fuochi d’artificio, vari strumenti musicali - perfino la piccola banda di San Giovanni a Piro (SA) -, pane benedetto, i “cipponiardenti della Castedda, il ridente Santo con maialino e pecorella in processione, e i gioiosi rintocchi delle campane nel cielo di Sant’Antuono. Ricordo di un passato perduto, speranza di un futuro sempre atteso.

A.M.M.

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...