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PINO LOCCHI, LA VOCE


Era una voce “grande”. Talmente immensa da sentirsi costretta in un corpo elegante, distinto, ma troppo piccolo per le sue potenzialità. È per questo che quando l’’’anima” di Pino Locchi si incarnava nei corpi di uomini prestanti e affascinanti sembrava trovare finalmente soddisfazione. Una voce calda, seducente, ma anche allegra e ironica, specialmente quando si concedeva piacevolmente nel far sentire il suo forte accento romano. 




Come nel corpo di Maurizio Arena, il fusto “povero ma bello” protagonista di decine di pellicole di ambientazione popolare romana. Ma quando entrava nel petto di Sean Connery nei panni di James Bond, che sorseggiava Vodka-Martini agitato e non mescolato in dolce compagnia, essa si faceva seria, ammaliatrice ma, a modo suo, anche spiritosa. Come lo era nei panni luridi di Trinità e in tutte le altre vesti di Terence Hill nelle rocambolesche avventure in coppia con Bud Spencer (la cui “anima”, invece, era quella di Glauco Onorato). 



Due tra i doppiaggi più celebri di Pino Locchi. In alto, Sean Connery nei panni di James Bond. 
In basso, Terence Hill in quelli di Trinità.





Ma quella voce sapeva essere anche penetrante e decisa sotto i lunghi capelli di Sandokan, interpretato dall’affascinante Kabir Bedi nel glorioso sceneggiato di Sergio Sollima. Sapeva, inoltre, dare giustizia all’espressione del volto di attori italiani impegnati in pellicole di genere, come il western per lo straordinario Giuliano Gemma e il poliziesco per gli indimenticati commissari di Maurizio Merli. 



Altri due celebri doppiaggi di Locchi. In alto, Kabir Bedi nei panni di Sandokan, in basso,
Maurizio Merli in quelli del commissario Tanzi (e altri simili).



Ma sarebbe lunghissimo, forse sterminato l’elenco di quei volti e quei corpi accomunati da quella voce speciale, oserei dire unica. La voce di un uomo che aveva esordito al cinema come attore bambino per poi formarsi sulle tavole del palcoscenico con i più grandi, passando dal teatro di rivista a quello di prosa, dalla compagnia di Totò e Anna Magnani a quella di Gino Cervi e Andreina Pagnani, prima di trovare il posto giusto: la cabina di doppiaggio. Con la Cooperativa Doppiatori Cinematografici (CDC), di cui fu per anni presidente, Pino Locchi riuscì a farsi un nome prestando la propria voce ai più grandi così come ai più imbranati. Perché, si sa: l’abito, anche quello fatto di “carne ed ossa”, non sempre fa il monaco. Ecco che allora serve una voce adatta, una voce che possa dare “vita’’ a uomini bellissimi ma non particolarmente brillanti nella recitazione. Oppure, più semplicemente, serve una voce che renda giustizia a pellicole internazionali dando la giusta caratura al personaggio anche in lingua italiana. È stato così per Sean Connery e Roger Moore, quali 007, per Jean-Paul Belmondo, Sidney Poitiers, Charles Bronson e tanti altri. Pino Locchi divenne così “l’anima” dei più belli, dei più prestanti, dei più vincenti, dei più ironici, rinunciando a se stesso. Perché sì, la voce per un doppiatore rappresenta croce e delizia. È la sua identità, la parte più intima oltre che la sua fortuna. Ma se essa si distacca dal suo corpo per migrare in quello degli altri, ecco che il doppiatore perde il proprio volto per assumerne, di volta in volta, uno diverso. A quarant’anni dalla sua scomparsa, però, è il momento di restituire a Pino Locchi il proprio volto: distinto, elegante, discreto. Tutto il contrario di quella voce, così potente e così presente da essere ancora oggi, indiscutibilmente, La Voce.


A.M.M.


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