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CARLO CAMPANINI: COL SORRISO, COL CUORE


Il sorriso del comico e il cuore dell’uomo. Sorriso e cuore erano la sintesi perfetta dell’uomo Carlo Campanini e dell’attore, il grande attore. Il sorriso del comico di talento, che aveva fatto tutto da solo. Imparò il mestiere osservando gli altri, da dietro le quinte, mentre vendeva gazzose in un teatro della sua Torino, tra spettatori pronti ad applaudire o a fischiare con la stessa nonchalance. Poi la grande occasione a vent’anni: Mario Casaleggio, una compagnia prestigiosa, una tournée in Sud America e una commedia che l’avrebbe per sempre legato alla tradizione teatrale piemontese, Le miserie d Monsù Travet. L’impiegato meticoloso, onesto e impacciato a cui ne capitano di tutti i colori.



 Quel personaggio si prestava bene alla sua figura grassoccia, a quel faccione che si apriva facilmente al sorriso o declinava in smorfie di tenerezza o disappunto. Il signor Travet rimase per sempre legato al volto di Carlo Campanini che nel 1945, grazie a Mario Soldati, lo portò sul grande schermo, nel suo primo ruolo da protagonista. Una delle più intense interpretazioni drammatiche (assieme al ruolo di Carlo Pandelli ne Il bandito di Lattuada) della sua lunga carriera. 



Carlo Campanini con Vera Carmi ne ‘‘Le miserie del signor Travet’’ (1945) di Mario Soldati.


Ma prima, prima di questo ci fu la lunga palestra del teatro di rivista. Mesi e mesi in giro per il Belpaese in compagnie itineranti, tra spettacoli all’aperto e teatrini di provincia. Lì, di sorrisi, Carlo Campanini ne ha regalati tanti, ma erano tante anche le lacrime. Era un mestiere difficile, precario, poco remunerato. Un mondo che, anni dopo, nelle vesti di uno sfortunato capocomico, Carlo Campanini tornò a far rivivere con tenerezza e nostalgia in Simpatico mascalzone, per la regia di Mario Amendola. 


Da sinistra, Assia Noris, Alfredo Menichelli, Carlo Campanini e Carlo Ninchi in “Dora Nelson” (1939) di Mario Soldati.


La sua grande occasione al cinema, però, arrivò grazie a Mario Mattòli nel 1939: Lo vedi come sei...lo vedi come sei?, con protagonista un altro artista torinese, Erminio Macario. In quello stesso anno arrivò anche Dora Nelson, classico della commedia borghese per la regia di Soldati, accanto alla grande diva del tempo, Assia Noris. Da quel momento, Carlo Campanini divenne l’attore che tutti noi abbiamo amato. L’amico che tutti avremmo voluto: ingenuo, buono, latore di preziosi consigli, ma anche facile alla collera se indispettito. 


Campanini e Totò. In alto, ne ‘‘I due orfanelli’’ (1947), in basso in ‘‘Un turco napoletano’’ (1953). Entrambi i film sono diretti da Mario Mattòli.



Divenne così la “spalla” perfetta, in grado di dare l’assist al comico di razza, porgendogli la battuta in maniera precisa. Con Totò, passando da  I due orfanelli a  Un turco napoletano, diede gran prova della sua ironia compita. Ma il sodalizio vincente, come tutti sappiamo, fu quello con un altro grande troppo spesso dimenticato: Walter Chiari. Nessuno può negare che “Il Walter” non sarebbe stato lo stesso se non ci fosse stato Campanini. Alto e prestante il primo, basso e corpulento il secondo, trovarono nelle rispettive fisicità e comicità la chiave del successo. 


Il sodalizio con Walter Chiari. In alto, Carlo Campanini e Walter Chiari in uno sketch dei De Rege nella trasmissione ‘‘La via del successo” (1958).
In basso, Campanini, Chiari e Ornella Vanoni nello sketch del Sarchiapone ne ‘‘L'appuntamento’’ (1974).



Dalle macchiette dei fratelli De Rege (“Vieni avanti, cretino!”) al misterioso Sarchiapone, Campanini e Walter Chiari diedero vita a sketch incommensurabili, entrati di diritto nella storia del teatro prima, della televisione poi. Perché è stata la televisione a raccogliere i suoi ultimi sorrisi, quando il grande schermo, dopo anni di commedie leggere (diverse con Chiari), film musicali e melodrammi strappalacrime, sembrava avergli voltato la faccia. Così Carlo Campanini preferì dedicarsi alla televisione, dove il suo faccione strappava sempre un sorriso e il suo umorismo bonario, specialmente accoppiato alla nervosa e straripante verve di Walter Chiari, non stancava mai il pubblico. 


Da sinistra, Walter Chiari, Belle Tildy e Carlo Campanini in “Lo sai che i papaveri...” (1952) di Marchesi e Metz.


Ma oltre al sorriso, come dicevamo c’era anche il cuore, e a un certo punto cominciò a farsi sentire. Forse la nostalgia, forse l’esigenza di riscoprire le sue origini, Carlo Campanini ritornò al teatro dialettale piemontese. Costituì una propria compagnia e ricominciò da dove aveva lasciato da ragazzo. Quel ragazzo diventato ormai un uomo maturo, ma anche fortunato. Perché, lo dicevamo all’inizio, Carlo Campanini non è stato soltanto un grande attore, ma anche un uomo straordinario, di grande fede. Quella fede che aveva riscoperto grazie a un incontro speciale: quello con Padre Pio a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia. La stima, l’affetto e l’amicizia del Santo di Pietrelcina, che gli fu accanto nei momenti cruciali della sua vita, personale e professionale, permisero a Carlo Campanini di vedere la vita con occhi diversi, quelli della fiducia e della speranza, permettendogli di vivere la celebrità dandole il giusto peso.



Carlo Campanini con Padre Pio.


 Il successo, la fama, la soddisfazione artistica erano tanto per lui. Ma fu la fede, quella fede ritrovata dentro di sé a permettergli di sentirsi un uomo pieno. Forse anche per questo riuscì a vivere la sua condizione d’artista senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà dei tempi e dal cambiamento dei gusti. Al crepuscolo della sua esistenza, Carlo Campanini ritornò alle sue radici teatrali ma, dopo pochi ma significativi successi, decise di ritirarsi. Si rifugiò nella sua casa romana, alla Balduina, tra l’affetto dei suoi cari. Si sentiva stanco. Aveva voglia di dedicarsi alla lettura e alla scrittura, oltre che alla sua famiglia. Il suo sorriso cominciò ad affievolirsi, così come rallentarono i battiti del suo cuore. Quel cuore girovago che aveva palpitato tanto in gioventù, di paese in paese, di teatro in teatro, chiedeva riposo, e lo trovò, nel sonno, il 20 novembre 1984, esattamente quarant’anni fa. Da allora, il suo corpo riposa, per sua espressa volontà, nel cimitero di San Giovanni Rotondo, vicino a quell’uomo che gli aveva cambiato la vita. Segno di una amicizia e di una gratitudine sincere. Segno di un cuore che, in fondo, non si è mai fermato, neanche dopo la morte. E di un sorriso che, grazie al Cielo, continua a farci compagnia nell’immortalità della sua arte.


A.M.M.


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