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COSÌ PARLÒ BELLAVISTA: LA NAPOLI DI IERI, DI OGGI E DI DOMANI



«Ciononostante in questo mondo del progresso, in questo mondo pieno di missili e di bombe atomiche, io penso che Napoli sia ancora l'ultima speranza che ha l'umanità per sopravvivere». Parole che sembrano di una attualità quasi sconcertante, eppure pronunciate quarant’anni fa. Parole da “eterno ritorno” di Nietzsche, che ispirò anche il titolo del film. Ma proprio in queste parole, proferite da Luciano De Crescenzo poco prima dei titoli di coda, si condensa il senso profondo di Così parlò Bellavista, nato come un libro umoristico e diventato un capolavoro cinematografico che descrive, meglio di tante tele e acquerelli col Vesuvio e il golfo di Napoli in evidenza, l’essenza stessa di una città che è tutto e il contrario di tutto. Bella e brutta, onesta e disonesta, fiera e paurosa, angelica e dannata. 





Per Luciano De Crescenzo, alias Gennaro Bellavista, professore di filosofia in pensione, Napoli rappresenta l’ultimo baluardo per la salvezza dell’umanità. Perché soltanto in una città come Napoli è possibile vivere “con filosofia”. Lo sanno bene Salvatore, il vice sostituto portiere, Saverio il netturbino, Luigino il poeta e tutti gli altri “allievi” del professor Bellavista, che trasforma il suo vecchio studio in un’aula in cui insegna a vivere da veri uomini d’amore, preferendo gli abbracci, anche quelli invadenti, alla stretta di mano distaccata, tipicamente “milanese”, ovvero da uomo di libertà. Come Cazzaniga, il nuovo capo del personale dell’Alfa Sud (lo stabilimento Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco) venuto ad abitare nel suo glorioso palazzo portando scompiglio nella vita del professore, spostando le cassette postali e la sua “nervatura”, prima di fargli scoprire, nel “budello oscuro”di un ascensore, quanto la sua teoria non fosse così infallibile e geograficamente definita. Perché essere uomini d’amore significa anche praticare il Dubbio. E i napoletani, infatti, sono dubbiosi. La fede incrollabile, quella che spesso sfocia nel fanatismo, non è di questo popolo. Il napoletano pratica il “Dubito ergo sum”, il dubitare come dimostrazione del proprio esistere. Nel Dubbio, ogni cosa va bene, purché arrivi il prima possibile. «Noi siamo epicurei, noi ci accontentiamo di poco, purché questo poco ci venga dato al più presto possibile», spiega infatti Bellavista ai suoi discepoli. E così a Napoli si aspetta: si aspettano gli ultimi risvolti della Guerra Fredda tra Usa e Urss, in modo tale da scegliere da chi conviene farsi fare prigionieri e ottenerne benefici. Si aspetta di sognare i numeri giusti da giocare al Banco Lotto, anche se si rischia di mettere in crisi l’impiegato, chiedendo un numero per inesistenti personaggi come i “bersaglieri a cavallo” delle sorelle Nuccia e Nunzia Fumo. Ma si aspetta soprattutto il domani col sorriso, prendendo “con filosofia” tutto quello che accade. Perché la speranza, a Napoli, non muore mai e non è morta ancora. Personaggi eccentrici, loquaci e simpatici come quelli che si possono ammirare in Così parlò Bellavista oggi cominciano a essere sempre di meno. Ma lo spirito napoletano, quella fiammella sempre accesa anche nell’oscurità più totale, esiste ancora. Lo si trova nei vicoli dei Quartieri, nei pressi della vecchia Pretura - dove i Fatebenefratelli cercavano di discolparsi dall’accusa di truffa davanti a un integerrimo Marzio Honorato nelle vesti di giudice -, nel rione Mercato - dove Riccardo Pazzaglia metteva su la pièce del “cavalluccio rosso”, sottratto dalle grinfie di uno scugnizzo figlio di camorrista che voleva rubarlo - e in tantissimi altri luoghi della città. Perché quello di quarant’anni dopo - il film usciva nelle sale il 6 ottobre 1984 - è ancora un mondo «di missili e di bombe atomiche». Perché la Guerra Fredda è finita ma i guerrafondai, purtroppo, continuano a esistere (ogni riferimento a Putin è puramente voluto). Perché Napoli è ancora piena di contraddizioni, di grandi bellezze e piccole debolezze, ma continua ad essere «l’ultima speranza» e probabilmente lo sarà anche nel futuro più remoto. L’ultima possibilità di vita per chiunque conservi ancora un briciolo di sensibilità e di fiducia. E come avrebbe detto Luigino il poeta, uno dei più fervidi e romantici allievi di Bellavista: e chest’è!

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