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GIANCARLO SBRAGIA,  “SIPARI” DA RISCOPRIRE

Fascino, cultura, presenza, passione. L’incarnazione del teatro, per certi versi. La rappresentazione vivida di ciò che una pièce dovrebbe offrire, quando scritta, interpretata e diretta bene. E che si trattasse di un lavoro teatrale antico o contemporaneo, che si trattasse di Plauto o di Osborne, di Pirandello, di Shakespeare, di O’ Neill, Sartre o ancora di un’opera scritta di suo pugno, Giancarlo Sbragia offriva tutto ciò che aveva. Forse fa parte di quella nicchia d’attori poco ricordati perché alle lusinghe del cinema e alla popolarità della televisione preferì sempre il calore della platea gremita, del “vivo” riscontro di un pubblico plaudente e sincero. Il pubblico che in quasi mezzo secolo di vita scenica l’ha seguito, l’ha apprezzato e forse l’ha anche invidiato, per l’immensa preparazione - non solo artistica, ma culturale - e per l’indiscusso ascendente sul gentil sesso. Giancarlo Sbragia era un galantuomo, nella vita come in scena. 



Dal palcoscenico dell’Accademia d’arte drammatica di Roma, dove si diplomò nel 1947, passò direttamente alle prestigiose quinte del “Piccolo” di Milano con Strehler, rivelando fin da subito la sua superba eleganza e il savoir faire dimostrati appieno al fianco di altre grandi figure del teatro nazionale, come Gino Cervi, Andreina Pagnani, Orazio Costa e Renzo Ricci. Ma Sbragia non fu soltanto un attore, fu anche un apprezzato drammaturgo e un ottimo regista. 


Giancarlo Sbragia con Tino Carraro ne "Il giardino dei ciliegi" di Cechov al "Piccolo" di Milano, 1954-1955, regia di Giorgio Strehler.

Esordì alla direzione con “Ricorda con rabbia” di Osborne, nella compagnia che aveva fondato con Michelangelo Antonioni e una esordiente Monica Vitti. Nello stesso periodo vinse un premio come miglior attore per “Le veglie inutili”, il suo primo testo. Fu con gli "Associati”, invece, la compagnia fondata con Enrico Maria Salerno e Ivo Garrani, che Giancarlo Sbragia ottenne la propria consacrazione, grazie a regie prestigiose connotate da un forte impegno sociale, come quelle del “Sacco e Vanzetti” e “Quarta era” (da lui scritta). 


Enrico Maria Salerno e Ivo Garrani della compagnia "Attori Associati" in "Quarta era" al Teatro Parioli, 1960, regia di Giancarlo Sbragia e Giandomenico Giagni.


Ma tra una pièce e l’altra, Sbragia ebbe modo di fare anche altro. Al cinema comparve poco e di rado, affrontando tuttavia diversi generi, ma in radio e in televisione la sua presenza fu quasi costante. Sul piccolo schermo prese parte a numerose trasposizioni televisive di opere teatrali ma anche ad alcuni sceneggiati. 


Giancarlo Sbragia con Lea Massari nello sceneggiato Rai "Anna Karenina" (1974) di Sandro Bolchi.


Per Sandro Bolchi fu voce narrante dei celebri “Promessi sposi” e uno strepitoso Aleksèj Aleksàndrovič, marito della protagonista suicida in “Anna Karenina”. Ciononostante, per scelta e vocazione, Giancarlo Sbragia rimase lontano dalle luci dell'apparire a tutti i costi, preferendo sempre il riserbo e la discrezione del palcoscenico. Lì, dietro il sipario, egli trascorse gli ultimi anni della sua vita, continuando a lavorare, non risparmiandosi mai fino alla fine, quando un tumore lo costrinse alla resa, il 28 giugno 1994. Trent’anni dopo, quei "sipari", custodi di segreti preziosi, sarebbe opportuno riaprirli.

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