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 VAJONT: GLI ERRORI DEL PROGRESSO


Era bella, dal punto di vista ingegneristico. Un monumento di oltre duecentosessanta metri, incastonato tra le rocce e ombreggiato dalla cima del Monte Toc. Nel 1961, anno della sua inaugurazione, la diga del Vajont, costruita nella valle omonima al confine tra Veneto e Friuli, era il segno di un Paese che - tra pubblico e privato - si rendeva protagonista di imprese titaniche che strizzavano l'occhio al futuro e al progresso. Tra i simboli di quel "Boom economico" che poteva raggiungere anche luoghi come quello: una valle alpina popolata da gente semplice che si emoziona davanti al genio dell'uomo che sfida la natura e (o almeno lo crede) vince. Ma già prima di quella tragica, paurosa e dolorosa sera di sessant'anni fa, gli abitanti del Vajont si erano accorti che qualcosa non andava. 




Perché la natura è benigna sì, ma soltanto se non si osa mettersi contro di essa. Ci vollero duemila morti, paesi spazzati via come se nulla fosse, metri cubi e metri cubi di acqua, fango e detriti per scoprire che quella diga lì non avrebbe mai dovuto esserci. Il 9 ottobre 1963, intorno alle 22 e 40, un pezzo del monte Toc si staccò da esso centrando in pieno il lago artificiale e generando quella che la stampa definì "L'onda della morte", che distrusse vite innocenti, città inermi come Erto e Longarone, e il sogno di un bacino idroelettrico all'avanguardia da poco passato dal controllo della privata SADE (Società Adriatica di Elettricità) a quello della neonata ENEL (Ente Nazionale per l'Energia Elettrica) con la nazionalizzazione. 




I responsabili pagheranno soltanto agli albori del Duemila i danni morali e materiali provocati da un disastro annunciato. C'erano state altre piccole frane, inchieste giornalistiche (Tina Merlin su L'Unità) e relazioni geologiche ignorate che avevano rivelato da subito, già durante i lavori di realizzazione del progetto dell'ingegner Carlo Semenza, che la diga del Vajont, data la vulnerabilità geologica e morfologica del territorio, non era per niente sicura. Era bella, suggestiva, è vero. Ma era anche un errore. Un errore pagato caro da chi credeva nel progresso e sottovalutava la natura, che presenta sempre il conto. Anche se l'Italia, al tempo e come mai più, viveva di un ottimismo spesso cieco, sfidando la sorte e perdendo miseramente.

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