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 AURELIO FIERRO, CORE GRATO


Metteva subito allegria, alla sola vista. Col suo faccione rotondo, dalla fronte spaziosa, e il sorriso disteso. Quando poi apriva la bocca e dava fiato ai polmoni, offriva il meglio di sé. E pensare che Aurelio Fierro, avellinese di Montella - dove nacque il 13 settembre 1923 -, era un ingegnere figlio di costruttori. Planimetrie, quartieri e palazzine da costruire mattone su mattone guidando schiere di manovali sembravano il suo destino. E invece, nel 1951, la vittoria a un concorso per voci nuove fece di lui uno dei più grandi, talentuosi e indimenticabili cantori della Napoli più bella. 



Da "Scapricciatiello" a "Guaglione", da "'A pizza" a "Lazzarella", dai musicarelli al cinema ai palcoscenici del Giappone (dove la sua fama è ancora viva), Fierro ha cantato amore, folklore, vita popolare, pregi e difetti di quella città di cui la musica ha sempre raccontato il meglio. Con le sue affabili corde, il riso gentile e l'eleganza ironica del suo piccolo e grassoccio corpo, Aurelio Fierro ha varcato decenni, ha calcato platee internazionali, partecipato a programmi televisivi di successo, portando nel cuore sentimenti e affetti sinceri. Un amore viscerale verso la tradizione musicale, religiosa, gastronomica (fu anche ristoratore) di una Napoli che lo aveva accolto come un figlio e che, come un figlio, lo salutò con dispiacere l'11 marzo 2005, quando un ictus se lo portò via. Ma a un secolo dalla sua nascita, il suo volto giocondo, la sua voce pastosa e il suo "core grato" continuano a vivere nei ricordi e in quelle dolci e intramontabili melodie.

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