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 LAMBERTO MAGGIORANI, IL BEL "VOLTO" DEL CINEMA ITALIANO


 Venne rapito dalla magia del cinema e dalle sue illusioni, che lo consumarono a fondo, come il male incurabile che se lo portò via quarant'anni fa, il 22 aprile 1983. Lamberto Maggiorani, però, è stato uno dei pochi attori "presi dalla strada" ad aver conosciuto la vera fama internazionale, grazie a un film struggente e straordinario e a un grande regista. Era un umile operaio alla Breda di Roma - città in cui nacque il 28 agosto 1909 -, padre di famiglia, quando, da un giorno all'altro, si ritrovò ad essere protagonista di uno dei più grandi capolavori del neorealismo. Vittorio De Sica, attraverso un annuncio radiofonico, stava cercando un padre e un figlio per "Ladri di biciclette". 



La moglie di Maggiorani ascoltò l'annuncio e portò al provino suo figlio minore e una fotografia del marito. Il bambino non venne scelto, ma l'uomo, affiancato dal piccolo Enzo Staiola e dalla giornalista Lianella Carell, divenne Antonio Ricci, attacchino del Comune di Roma che rischia di perdere il posto perché gli viene rubato il bene più prezioso, la bicicletta con cui lavora - acquistata impegnando le lenzuola. Alto, magrissimo, dal volto ossuto e scavato, lo sguardo intenso ed espressivo, Lamberto Maggiorani interpretò il ruolo del poveraccio spinto a delinquere (rubare per rimediare al torto subito) con una naturalezza e un pathos incommensurabili. 


Lamberto Maggiorani con Enzo Staiola in "Ladri di biciclette" (1948) di Vittorio De Sica.


 Era il 1948: il suo volto fece il giro del mondo, comparve su giornali e riviste, ottenne applausi di pubblico e critica. Lui non si montò la testa e, su consiglio del regista, finite le riprese indossò nuovamente la tuta e tornò al proprio lavoro, ma la speranza di poter riuscire, di poter vivere con la recitazione, era in lui viva. Nel suo quartiere era diventato l'orgoglio del popolo romano che, nel Dopoguerra, viveva di piccoli espedienti e di sporadiche vittorie, anche se riguardavano gli altri. Lamberto Maggiorani era rimasto umile, era ritornato al tornio, alla sua fatica quotidiana, ma, all'orizzonte, spuntò una cattiva notizia: personale in esubero, non c'era posto per tutti. Si ritrovò così licenziato e in mezzo a una strada. A quel punto, decise di tentare. Se era andata bene una volta, perché non sarebbe potuto accadere ancora? Non aveva però fatto il conto coi tempi. Nei primi anni '50, il neorealismo, il cinema girato in strada con attori improvvisati, era ormai al crepuscolo. Si stava ritornando a Cinecittà, ai teatri di posa, tra commedie farsesche e drammi tradizionali interpretati da attori tutta dizione e "accademia". 


In alto, Lamberto Maggiorani con Andrea Checchi (al centro) in "Achtung! Banditi!" (1951) di Carlo Lizzani.
In basso, da sinistra, Lamberto Maggiorani, Salvo Libassi, Memmo Carotenuto, Mario Castellani,
Mimmo Poli e Totò in "Totò, Peppino e i fuorilegge" (1956) di Camillo Mastrocinque.


Ciononostante, riuscì a ottenere scritture, sfruttando la sua naturale padronanza della scena e, probabilmente, anche la sua fama. Lavorò ancora con De Sica ("Umberto D." e "Il giudizio universale"), con Carlo Lizzani ("Achtung! Banditi!"), Renato Castellani ("Mare matto"), Camillo Mastrocinque ("Totò, Peppino e i fuorilegge") e anche con Pier Paolo Pasolini ("Mamma Roma"), ma non era la stessa cosa. La sua recitazione spontanea lo relegava a piccoli ruoli, marginali e defilati, nulla che potesse metterne in evidenza carattere e bravura. Tentò anche la via del teatro, ma con risultati mediocri.


Lamberto Maggiorani in "Mamma Roma" (1962) di Pier Paolo Pasolini.

Tuttavia rimase a galla, riuscendo a mantenersi con un lavoro che, per tanti, troppi, era stata soltanto una parentesi. Lamberto Maggiorani, invece, decise di provare, di insistere, riuscendo in qualche modo a farsi strada in un mondo dove la gloria e la sconfitta si alternano con troppa facilità. Probabilmente ciò non riuscì a consolarlo fino in fondo, andandosene non solo afflitto dalla malattia ma anche dal dispiacere di non averla spuntata davvero. Ma una cosa è certa: ancora oggi, il suo volto di passione e disperazione, di speranza e rassegnazione insieme, rimane uno dei più belli, conosciuti e apprezzati di quel cinema orgoglio italiano nel mondo. 

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