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 GIAN MARIA VOLONTÉ, UNICO E MOLTEPLICE



È stato  Caravaggio, Enrico Mattei, Carlo Levi, Bartolomeo Vanzetti, Aldo Moro. È stato un funzionario di PS "al di sopra di ogni sospetto" colpevole di omicidio, un operaio impegnato nella lotta al Capitalismo. È stato, agli inizi, anche uno spietato bandito del West. Eppure è stato sempre e soltanto una cosa: se stesso. Sguardo fiero e penetrante, volto scavato, Gian Maria Volonté ha sempre rivendicato il desiderio di restare fedele alla propria anima. Ciò, tuttavia, non gli ha mai impedito di essere credibile grazie alla totale immedesimazione nel ruolo.




Credibile a tal punto da far assumere al personaggio di turno i suoi lineamenti. Milanese di nascita - avvenuta novant'anni fa, il 9 aprile 1933 -, torinese d'adozione, Gian Maria Volonté iniziò a calcare il palcoscenico giovanissimo, dopo un piccolo periodo trascorso in Francia per lavoro, per aiutare la famiglia in precarie condizioni economiche. L'arte della recitazione lo folgorò, si iscrisse all'Accademia d'arte drammatica di Roma, e da lì cominciò la sua ascesa. 


In alto, Gian Maria Volonté con Clint Eastwood in "Per qualche dollaro in più" (1965) di Sergio Leone.
In basso, Volonté nello sceneggiato Rai "Caravaggio" (1967) di Silverio Basile.


Tra Shakespeare e Goldoni in compagnia con Enrico Maria Salerno e Giancarlo Sbragia fino ai primissimi spettacoli di prosa e agli sceneggiati televisivi della Rai, Volonté iniziò a farsi un nome. Esordì al cinema con Duilio Coletti, nel 1960, ebbe il suo primo ruolo da protagonista con i fratelli Taviani ("Un uomo da bruciare"), lavorò con Nanni Loy ("Le quattro giornate di Napoli"), con Mario Monicelli ("L'armata Brancaleone) ma fu Sergio Leone a dargli la visibilità internazionale offrendogli il ruolo di "eroe negativo" contrapposto a Clint Eastwood nei primi due capitoli della "Trilogia del Dollaro". Alla fine degli anni '60, poi, Gian Maria Volonté fece una scelta: fare del suo lavoro uno strumento di riscatto e di rivoluzione sociale. 



In alto, Gian Maria Volonté  ne "La classe operaia va in Paradiso" (1971) di Elio Petri.
In basso, ne
  "Il caso Mattei" (1972) di Francesco Rosi.


Politicamente schierato a sinistra, per anni militante nel PCI, promotore del cambiamento sociale in primis nella sua vita privata (soprattutto accanto all'attrice Carla Gravina, sua compagna per diversi anni e madre di sua figlia, Giovanna), Volonté voleva che il suo volto diventasse uno strumento di propaganda a favore della conoscenza e della presa di coscienza, attraverso film che scuotessero gli animi. Film che permettessero di ragionare, di fare i conti col passato, di ricercare la verità, partendo dal presupposto che potrebbe essere difficile trovarla. 


Gian Maria Volonté con Riccardo Cucciolla in "Sacco e Vanzetti" (1971) di Giuliano Montaldo.


Elio Petri e Francesco Rosi furono i primi registi con cui Volonté riuscì a dar prova del suo grande talento, a dare un volto, il proprio, a personaggi emblematici, letterari, reali o immaginari. Da "A ciascuno il suo" a "Il caso Mattei", da "La classe operaia va in Paradiso" a "Cristo si è fermato a Eboli", passando per "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", solo per citarne alcuni, Gian Maria Volonté diede vita a quel processo di mimesi totale, unica nel suo genere, dando anima e corpo ai suoi personaggi, con una professionalità e una naturalezza ineguagliabili. 


In alto, Gian Maria Volonté ne "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (1970).
In basso, con Marcello Mastroianni in "Todo modo" (1976). Entrambi i film sono diretti da Elio Petri.


Qualità messe in luce anche da altri registi, come Carlo Lizzani ("Banditi a Milano"), Giuliano Montaldo ("Sacco e Vanzetti", "Giordano Bruno"), Damiano Damiani ("Io ho paura") e Giuseppe Ferrara, con cui provò a ricostruire i 55 giorni che scossero l'Italia con "Il caso Moro", nel 1986. Il professor Franzò di "Una storia semplice" (1991) di Emidio Greco (tratto dall'omonimo romanzo di Sciascia), fu la sua ultima, grande, interpretazione per il cinema nostrano. 


In alto, Gian Maria Volonté con Mattia Sbragia ne "Il caso Moro" (1986) di Giuseppe Ferrara.
In basso, con Massimo Ghini in "Una storia semplice" (1991) di Emidio Greco.



La sua carriera, infatti, si concluse in Grecia, mentre erano in corso le riprese de "Lo sguardo di Ulisse" di Theo Angelopoulos . Un infarto, il 6 dicembre 1994, lo strappò a quel film che (ultimato senza di lui) gli sarebbe stato dedicato. Morì fuori dall'Italia, il Paese che aveva tanto amato ma anche tanto odiato, forse per non essere riuscito appieno a cambiarlo come avrebbe voluto. Ma nel suo Paese, Gian Maria Volonté riposa ancora oggi. In quella che considerava "l'isola felice", La Maddalena, specchiandosi nelle sue limpide e cristalline acque. Limpide come i suoi occhi e il suo volto, unico e molteplice.

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