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 LOUIS DE FUNÈS, L'IMMORTALE "VISAGE" DELLA COMMEDIA BURLESCA


La sua mimica era qualcosa di speciale. Il suo volto perennemente corrucciato o incollerito, con quello sguardo azzurro e accigliato, è stato per due decenni il più amato dal pubblico francese. Decisamente più basso di Fernandel ma altrettanto immenso e popolare, Louis de Funès ha rappresentato per la Francia un vero e proprio simbolo: di comicità, arguzia, intelligenza e talento, tanto. Anche se la critica, va detto, non gli tributò mai i dovuti riconoscimenti. Per il pubblico d'oltralpe è stato quello che era per noi Totò: una "maschera" geniale. E a quarant'anni dalla sua scomparsa - sopraggiunta il 27 gennaio 1983 - è ancora oggi uno degli attori francesi più celebri nel mondo. 



Di nobili origini iberiche, figlio di un avvocato, Louis de Funès nacque alla periferia di Parigi il 31 luglio 1914. Dopo aver svolto diversi mestieri, iniziò a muovere i primi passi in teatro. Lì, con le sue caratteristiche smorfie, il suo gesticolare nervoso e la piccola e goffa statura riuscì ad emergere per simpatia e bravura. 


In alto, Louis de Funès con Totò in "Totò, Eva e il pennello proibito" (1959).
In basso, con Aldo Fabrizi  e Totò ne "I tartassati" (1959). Entrambi i film sono diretti da Steno.



Nel 1945 l'esordio sul grande schermo, ma furono necessari vent'anni prima che il pubblico si accorgesse di lui. Tra pellicole varie, Louis de Funès attraversò tutti gli anni '50, con una piccola esperienza in Italia. Nel 1959, infatti, partecipò a due film accanto al suo "omologo" italico, Totò, diretto da Steno ne "I tartassati" e "Totò, Eva e il pennello proibito". Nel ruolo del contabile del cavalier Pezzella/Totò, suggeritore di fantasiosi tentativi di corruzione del maresciallo della tributaria Topponi/Fabrizi, e in quello del critico d'arte a cui il maestro Scorcelletti/Totò tenta di spacciare per autentica la fantomatica terza Maja del Goya (quella "in camicia"), Louis de Funès dimostrò al pubblico nostrano quello che, nella sua patria, si sarebbe scoperto qualche anno più tardi: la straordinaria ironia di quell'ometto irrequieto, incapace di stare immobile per più di un minuto. 


In alto, Louis de Funès con Jean Marais in "Fantomas 70" (1964) di André Hunebelle.
In basso, con Michel Galabru in "6 gendarmi in fuga" (1970) di  Jean Girault.



L'antieroe per eccellenza, goffamente alle prese con la tutela della giustizia, come nei panni del commissario Juve, acerrimo rivale di Fantomas nella saga di film diretta da Hunebelle, oppure invischiato in tragicomiche ed esilaranti avventure come il maresciallo Chruchot e i suoi gendarmi di Saint-Tropez nella lunga e fortunata serie diretta da Girault. 


Louis de Funès e Bourvil in "Tre uomini in fuga" (1966) di Gérard Oury.


Ruoli e film (vale la pena segnalare anche "Colpo grosso ma non troppo" e "Tre uomini in fuga"), come dicevamo, apprezzatissimi dal pubblico ma bersagliati dalla critica che non vedeva in lui un attore "vero". E nonostante le sue prove a teatro, dove ritornò nei primi anni '70, Louis de Funès non riuscì mai a scrollarsi di dosso l'immagine de "le fou du roi", del giullare, tutto espressione e gesti. Ma poco importa, perché quattro decenni dopo quell'infarto che fermò per sempre il suo cuore d'eterno fanciullo, Louis de Funès continua a vivere nel suo "visage" comico-burlesco, specchio di un cinema immortale come i suoi piccoli-grandi interpreti.

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