Passa ai contenuti principali

 BUON NATALE E BUON "RIPOSO"!


"Ho sempre pensato che Benino sia straordinario, forse il più simpatico dei pastori che vanno ad adorare Cristo, perché dovete sapere che lui è il pastore che dorme. Proprio così, se ne sta in alto sul presepe, quindi in un luogo molto lontano dalla Grotta, ed è impegnato in un sonno profondo [...] Benino è il sognatore del presepe, si può quasi dire che il suo lungo percorso in discesa verso Gesù sia a metà fra realtà e sogno". Da queste parole di Luciano De Crescenzo scaturisce la riflessione che mi appresto a fare. Per chi ama le tradizioni e per chi vive il Natale per quel che è sempre stato, ovvero una festa religiosa, il presepe è qualcosa di speciale. Un vero uomo d'amore, direbbe ancora De Crescenzo, non può che essere presepista e non alberista. Ebbene, nel presepe - la raffigurazione della nascita di Gesù che si celebra oggi, 25 dicembre - c'è un personaggio che ha radici lontane e una modernità, a mio avviso, sconvolgente. Sto parlando di Benino, il pastorello di cui De Crescenzo parla nello stralcio riportato all'inizio, tratto da un suo libro di qualche anno fa.



Benino è un pastorello che, disteso su un fianco e con le mani giunte sotto la testa, dorme beato mentre gli altri sono indaffarati ad accorrere alla Grotta di Betlemme, per accogliere come si deve il figlio di Dio fattosi uomo per la salvezza del mondo. Benino dorme, placidamente, apparentemente non rendendosi conto di nulla. In realtà, più degli zampognari che allietano la Grotta, più dei pastori che portano agnelli e capretti in dono a Gesù, Benino vive quel momento con una intensità superiore. Benino riposa: vive un sogno e in quel sogno "vive" il presepe più di ogni altro. Ecco, io credo che Benino rappresenti, in maniera simbolica, il vero spirito del Natale. Sono stati giorni frenetici per tanti. La corsa ai negozi per fare incetta di regali o alle stazioni ferroviarie per prendere l'ultimo treno disponibile per rientrare a casa, da studenti o da figli che vivono lontani. Cucine a soqquadro per preparare pietanze succulenti con cui deliziare i nostri palati. Difficoltà nel riuscire a conciliare la necessità di trascorrere tempo con i nostri cari e la paura di contagiare involontariamente (il Covid non è scomparso, anzi). E poi anche la preoccupazione di non avere abbastanza denaro (sono tempi difficili, lo sappiamo) o non averne per niente per poter celebrare queste festività come si deve (o si dovrebbe, secondo la "tradizione"). Questo, però, fa perdere di vista la cosa più importante: la nascita di Gesù. Per chi vive questa festa per quel che è, semplicemente una festa religiosa, il Natale dovrebbe recare con sé il dono più bello: la concreta possibilità di ricominciare. A vivere, a sognare, ad amare, a fidarsi del proprio istinto, a tentare il possibile, a seguire sempre le proprie aspirazioni. Benino riposa, non dorme semplicemente. Benino riposa e riflette su quanto accanto a lui sta succedendo. Benino sa che l'arrivo del Salvatore rappresenta una nuova opportunità per l'umanità. E nel suo "riposare", vive questa esperienza come si dovrebbe vivere davvero, senza affannarsi, senza preoccuparsi per cose inutili e (spesso) anche inopportune. Ma credo che anche per chi vive il Natale semplicemente come una "tradizione", l'esempio di Benino potrebbe aiutare a vivere queste giornate di festa con lo spirito giusto. Riposare, riflettere e meditare su noi stessi, prendendo consapevolezza che non c'è momento migliore di questo per progettare un cambiamento, per ricominciare a vivere.

L'augurio migliore che possa fare a me e a voi, cari lettori e care lettrici, è quello di "riposare" come Benino. Viviamo il Natale come un sogno premonitore. Cerchiamo di sfruttare questo momento di pausa dagli affanni lavorativi o scolastici per ripensare le nostre vite. Perché la vita, a Natale più che mai, ricomincia, e come diceva il mio amato Cesare Pavese, vivere è bello proprio perché è un continuo nuovo inizio. Buon Natale a tutti!

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...