Passa ai contenuti principali

 GASSMAN, TOGNAZZI E "LA MARCIA SU ROMA":  SENTIMENTI E ILLUSIONI DI UNA CATASTROFE


Molte volte i film, se ben scritti, se ben recitati, possono raccontare la storia meglio di un saggio, di un trattato, forse anche di un insegnante appassionato. Per capire la follia, l'assurdità della presa di potere del Fascismo - concretizzatasi il 28 ottobre 1922 - forse vale la pena spendere un'ora e mezza e guardare un film che racconta l'atto con cui, un secolo fa, il nostro Paese venne dato in pasto ai suoi distruttori: la marcia su Roma. L'omonima pellicola di cui parlo compirà sessant'anni tra due mesi - uscì nelle sale il 20 dicembre 1962 - ma ho pensato fosse giusto parlarne ora, per raccontare questa triste parentesi della nostra storia. Diretta da Dino Risi e interpretata da una coppia destinata a fare scintille sul set, ovvero Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, "La marcia su Roma" racconta, in parole povere, come i fascisti riuscirono a prendere il potere, con l'avallo del Re, Vittorio Emanuele III, e l'appoggio di tante persone che, ingenuamente, credevano di trovare nel movimento fondato da Benito Mussolini la realizzazione di sé. C'è una frase, in questo film, che spiega in maniera chiara il perché ciò fu possibile. Ma prima è opportuno presentare i personaggi, magistralmente creati da "penne" prestigiose come Age & Scarpelli, Ruggero Maccari ed Ettore Scola. 


Ugo Tognazzi (Umberto Gavazza) e Vittorio Gassman (Domenico Rocchetti) in una scena del film.


Domenico Rocchetti (Gassman) e Umberto Gavazza (Tognazzi) sono due poveri cristi che, nel 1919, reduci dalla Prima guerra mondiale, si ritrovano  completamente allo sbando. Rocchetti, un romano che ha fatto la guerra solo perché chiamato dalla patria, elemosina denari per le strade di Milano, vantandosi di dubbie (e inesistenti) prodezze belliche con suoi ex ufficiali. Umberto Gavazza, invece, anch'egli reduce ed ex commilitone di Rocchetti, vive a sbafo in un paesino rurale, a casa della sorella, moglie di un bracciante bolscevico. Gavazza e Rocchetti si incontrano quando quest'ultimo - dopo aver incrociato un suo ex capitano divenuto un pezzo grosso del neonato PNF -, lasciatosi convincere dalle promesse del Fascismo, ha partecipato ad un comizio di piazza riuscendo a scampare per miracolo al linciaggio da parte di alcuni contadini socialisti. Rocchetti, infatti, si rifugia nella stalla di Gavazza e, resosi conto delle condizioni in cui vive l'amico - succube del cognato e speranzoso nelle possibilità del movimento dei braccianti cattolici - lo convince a seguirlo presentandogli il programma elettorale stilato dai "sansepolcristi", e sottolineando un punto caro al Gavazza: la distribuzione delle terre ai contadini. Il "battesimo del fuoco" - se così si può definire - per Gavazza e Rocchetti è boicottare uno sciopero degli spazzini per ribellarsi ai socialisti, che avevano appena battuto i fascisti alle elezioni. La situazione degenera e i due vengono arrestati durante uno scontro tra camicie nere, spazzini e carabinieri. Finiti in galera, verranno liberati da una azione di forza degli squadristi. È il momento dell'inizio: i fascisti decidono di prendere il potere con un azione militare, e partono, transitando per borghi e città, puntando su Roma. Gavazza e Rocchetti partecipano ad azioni di forza, violenze, devastazioni. Gavazza, animo puro, si rende conto ben presto che i vari punti del programma "sansepolcrista" - elezioni regolari, disarmo, libertà di stampa, distribuzione delle terre - non verranno rispettati. Rocchetti, invece, continua a volersi illudere, spiegando anche il perché ha deciso di diventare fascista, con la frase di cui parlavo prima: 

"Un uomo ha bisogno di sentirsi qualcuno, di sentirsi forte, e non come tanti fessi che stanno in giro. Hai capito? È per questo che a me il Fascismo me va bene!"

Gavazza e Rocchetti, infatti, sono due nullità, due persone da poco che credono di trovare nel Fascismo la realizzazione e la soddisfazione del proprio ego. Lungo la strada per Roma, tuttavia, prendono finalmente coscienza di essere soltanto dei burattini, degli schiavi pronti a distruggersi per una Patria ormai priva di valori, in preda al panico e alla violenza. Emblematica la scena in cui il loro caposquadra, "Mitraglia" (interpretato da un eccellente Mario Brega), uccide un ferroviere che si era opposto a lasciargli utilizzare un vagone per ricoverarsi durante la notte, nel momento in cui il Regio Esercito sbarra la consolare Aurelia nel tentativo di impedire che le camicie nere entrino nella Capitale. Gavazza e Rocchetti, a questo punto, decidono di scappare tramortendo il caposquadra e scomparendo nella notte. Ma la situazione è ormai precipitata: se gli uomini dell'esercito sono riusciti a frenare l'irruente violenza degli squadristi, è il Re in persona a dare l'ordine di lasciarli passare. Così, quel 28 ottobre, i fascisti arrivano a Roma, sfilando davanti al Quirinale, osservati da Gavazza e Rocchetti che, ben vestiti tra la folla, si interrogano su cosa accadrà. E la stessa cosa - in un simpatico dialogo di fantasia - fa il Re dal balcone del Quirinale, rivolgendosi ad un ammiraglio. Il sovrano si chiede se hanno fatto bene a permettergli di entrare in Roma, in modo così da sedare la rivolta e placare gli animi. Nelle speranze di Vittorio Emanuele III, la situazione si sarebbe dovuta risolvere in breve tempo. Le cose non andranno affatto così, e quello sarà l'inizio di una catastrofe che genererà soltanto dolori, abusi, sofferenze e una guerra - se possibile - ancora peggiore della prima. Tuttavia, le magistrali interpretazioni di Gassman e Tognazzi offrono - a mio avviso - l'esatto scenario di ciò che accadde, in chiave comica (ma non troppo) e romanzata, è vero, ma trasmettendo - grazie ad un'ottima sceneggiatura - sentimenti, dubbi, illusioni e paure di una delle pagine più catastrofiche della storia d'Italia.

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...