Passa ai contenuti principali

 NATURALMENTE, "CICCIUZZO"


Dei due era (artisticamente parlando) quello intelligente, colto, forbito nel linguaggio. Era quello distinto ed elegante. Anche se, in fondo, sotto sotto, Ciccio era sciocco quanto Franco. Tuttavia lui, con i suoi occhi chiari, l'allampanata figura dal naso grosso e i baffetti piccoli, neri e spioventi, rendeva al massimo l'immagine dello sfortunato incassatore della folle esuberanza del tarchiato compagno d'arte. Eppure Ciccio e Franco, singolarmente, non avrebbero ottenuto altrettanto successo. Già il fatto che di loro si parli semplicemente come di Ciccio e Franco (o di Franco e Ciccio), una coppia indivisibile, una società a comicità illimitata al 50 %, fa capire come sia quasi ingiusto parlare di uno senza prendere in considerazione anche l'altro. 




Perché Francesco Ingrassia, in arte "Ciccio", nacque a Palermo un secolo fa - il 5 ottobre 1922 - ma la sua data di nascita "artistica" corrisponde a quella del suo incontro con Francesco Benenato, in arte Franco Franchi. Correva l'anno 1954 ed entrambi erano già attivi nel mondo dell'avanspettacolo. Siciliani, di Palermo, si conobbero nella Sala Italia, un bar ritrovo di artisti. Iniziarono a calcare le scene insieme in teatro e, ben presto, si scoprirono perfettamente "accocchiati", come direbbe Franco. Da allora, la premiata ditta "Franco e Ciccio" divenne garanzia di comica serietà e folle disciplina. La loro fiamma artistica si accese grazie a Domenico Modugno, che li volle con sé prima in una commedia di Mattòli, "Appuntamento a Ischia" (1960), poi nel leggendario musical targato G&G, "Rinaldo in Campo" (1961). 


In alto, da sinistra, Franco Franchi, Mia e Pia Genberg, Ciccio Ingrassia in "Sedotti e bidonati" (1964) di Giorgio Bianchi.
In basso, da destra, Ciccio Ingrassia, Franco Franchi e George Hilton in "Due mafiosi contro Goldginger" (1965) di Giorgio Simonelli. 



Ma furono loro stessi, grazie a quella comicità apparentemente sconclusionata, fatta di battute surreali, ingenue offese e giochi di parole, a farsi promotori del proprio successo. La fama di Ciccio Ingrassia e Franco Franchi è legata soprattutto alla gloriosa stagione delle parodie, dirette da registi come Giorgio Bianchi, Lucio Fulci, Mario Amendola e Giorgio Simonelli. Da "Due mafiosi contro Goldginger" a "Storia di Fifa e di coltello", da "Sedotti e bidonati" a "I nipoti di Zorro". 


Ciccio Ingrassia con Franco Franchi in "Kaos" (1984) dei Fratelli Taviani.


Film, alcuni, campioni di incasso al botteghino ma fortemente massacrati da una certa critica. Eppure, molti di quegli sketch, poi portati anche sul piccolo schermo - dalle reti Rai alla Fininvest -, rappresentavano tutta la loro grandezza. Una grandezza che confermarono anche singolarmente, dopo il famoso litigio che, per qualche anno, li vide separarsi. L'amore, si sa, non è bello se non è litigarello e loro due si amavano molto. Quella separazione, però, permise ad entrambi di dimostrare il proprio valore oltre la coppia (che invece lo aveva già ampiamente svelato, ad esempio, nei panni del Gatto e della Volpe nelle "Avventure di Pinocchio" di Comencini). Ciccio Ingrassia, in particolar modo, si cimentò dietro la macchina da presa, producendo e dirigendo una parodia ancora oggi amatissima: "L'esorciccio". Ma diede anche grande prova di sé come attore drammatico, partecipando a film di spessore differente. Lavorò con Florestano Vancini ne "La violenza: quinto potere", con Elio Petri in "Todo modo" - che gli valse un Nastro d'argento come miglior attore non protagonista - e con Federico Fellini in "Amarcord", nella parte del vecchio zio pazzo che, dall'alto di un albero, gridava "Voglio una donna!". Una delle sue ultime prove drammatiche - che gli valse un David di Donatello - fu il ruolo del maresciallo Gaetano Scarfi in "Condominio" (1991) di Felice Farina.


In alto, Ciccio Ingrassia con Lino Banfi ne "L'esorciccio" (1975). In basso, in "Todo modo" (1976) di Elio Petri.


Ma, come già detto, nessuno riusciva a stare senza l'altro e tornarono ancora a recitare insieme. I tempi, però, erano cambiati. I loro film erano passati di moda, lasciando il posto alla commedia sexy da un lato e ad una nuova comicità più giovane dall'altro. Inoltre, loro stessi si erano cimentati con esperienze diverse, di grande importanza nel caso di Ciccio. E infatti la loro riconciliazione scenica avvenne con i fratelli Taviani in "Kaos" (1984), dove misero in scena la celebre novella pirandelliana "La giara". Riuscirono tuttavia a ritornare ai loro tradizionali sketch, come il celeberrimo "soprassediamo", che vedeva Franco, a sentire Ciccio pronunciare quella parola, saltargli in braccio. Molte furono le trasmissioni che li videro riapparire negli anni '80, leggermente invecchiati ma ancora pieni d'energia. Poi, i problemi giudiziari di Franco (accusato di associazione mafiosa) e la sua malattia che lo portò brevemente alla morte nel 1992, misero fine ad una favola lunga quattro decenni. Ciccio si sentì improvvisamente monco. Continuò a lavorare, a concedere interviste, piene di ironia e di aneddoti sul loro passato. Ma la morte di Franco, di fatto, segnò anche la sua. Riuscì a resistere undici anni, fino al 28 aprile 2003 quando la sua anima longa si levò in cielo per raggiungere la sua "metà". Perché lo dicevamo all'inizio, non si può raccontare l'uno senza citare l'altro. Sarebbe come separare il braccio dalla mente, il Gatto dalla Volpe, Giulietta da Romeo - per fare il verso ad una celebre battuta di un loro film. E sebbene, come ho ricordato, Ciccio Ingrassia sia stato un attore completo e anche un bravo regista, per il grande pubblico rimane ancora oggi l'altra faccia di Franco Franchi. Naturalmente, "Cicciuzzo".

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...