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 ROD STEIGER: IL FASCINO DELL'ESISTENZA


 Per me è e rimarrà per sempre Edoardo Nottola, lo spregiudicato costruttore nella Napoli del "boom" edilizio a cavallo tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso. Un profilo tracciato con sapiente maestria, grazie alla supervisione di Francesco Rosi che dirigeva il film ("Le mani sulla città") ed alla bravura del suo interprete, in grado di rendere al meglio un personaggio così sinistro e ambiguo. Ma ridurre a quel solo ruolo la carriera di Rod Steiger sarebbe un duro affronto, specialmente se lo si vuole omaggiare nell'anniversario della sua scomparsa, sopraggiunta per una polmonite il 9 luglio 2002, a Los Angeles. 




Aveva settantasette anni. Era nato a Westhampton, uno stato di New York, il 14 aprile 1925, ma era cresciuto nel New Jersey con la madre e la sua nuova famiglia, dopo che i suoi genitori (entrambi attori d'avanspettacolo) si erano separati. Il piccolo Rodney Stephen - questo il suo vero nome - era un bambino ribelle, che però seppe disciplinarsi da solo. Si arruolò in Marina precocemente - falsificando i documenti - e dopo la Seconda guerra mondiale si iscrisse all'Actors Studio, dove imparò tutto ciò che poteva imparare. 



Rod Steiger ne "Le mani sulla città" (1963) di Francesco Rosi.


Da lì, Rod Steiger vide aprirsi davanti a sé un mare di possibilità, sia che interpretasse ruoli non di primo piano (il fratello di Marlon Brando in "Fronte del porto"), sia che fosse il protagonista, dando anima e corpo a personaggi di rilevanza storica in ambiti differenti, come il celebre gangster Al Capone nell'omonimo film di Richard Wilson,  Napoleone in "Waterloo" di  Sergej Fëdorovič Bondarčuk o ancora Ponzio Pilato nel "Gesù di Nazareth" di Franco Zeffirelli. Perché Rod Steiger ha avuto una presenza considerevole anche nel cinema italiano. 


In alto, Rod Steiger in "Al Capone" (1954) di Richard Wilson.
In basso, in "Waterloo" (1970) di Sergej Fëdorovič Bondarčuk.





Lavorò ancora con Francesco Rosi in "Lucky Luciano", accanto a Gian Maria Volonté. Per Carlo Lizzani  interpretò il Duce in "Mussolini ultimo atto", ma fu soprattutto Sergio Leone con "Giù la testa" ad averlo consacrato alla celebrità internazionale. Anche se il più grande riconoscimento - l'Oscar come miglior attore protagonista - lo vinse oltreoceano con "La calda notte dell'ispettore Tibbs" di Norman Jewison. Ruoli diversi, più o meno cattivi, più o meno intensi nell'interpretazione, più o meno noti ma tutti caratterizzati dal medesimo punto: una straordinaria capacità di immedesimazione nel personaggio fin quasi ad "esserlo". E forse proprio questo suo calarsi anima e corpo in quei ruoli così duri e audaci lo portarono a comportarsi così anche nella vita reale. 


In alto, Rod Steiger con Sidney Poitier ne "La calda notte dell'ispettore Tibbs" (1967) di Norman Jewison.
In basso, con James Coburn in "Giù la testa" (1971) di Sergio Leone.


La vita di Rod Steiger, infatti, fu vissuta appieno, senza riserve, anche con qualche eccesso. Si sposò ben cinque volte ed ebbe due figli. Fece uso ed abuso d'alcol e droghe, anche se non raggiunse mai la dipendenza. Ma si sa che, prima o poi, il conto arriva: un ictus che lo tenne paralizzato per ben due anni e una salute compromessa da problemi renali che, vent'anni fa esatti, lo costrinsero a mollare la presa in un letto d'ospedale, mettendo il punto ad una esistenza rocambolesca. Un'esistenza, tuttavia, consegnata per sempre alla storia del cinema mondiale, grazie all'intensità di quei personaggi a volte duri, spietati, ma non privi di quel fascino che il massiccio e rude Steiger seppe conferirgli.









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