Passa ai contenuti principali

 APPLAUSI PER ISA!


 Bella, altera, sofisticata. Un fascino fatto di fierezza e semplicità. Una diva che avrebbe meritato senz'altro di più, soprattutto alla fine. Isa Miranda è stata una delle prime "stelle" del cinema sonoro italiano. La prima donna italiana a raggiungere la collina di Hollywood, anche se con scarsi risultati. La prima attrice nazionale ad aver raggiunto il successo oltre i confini, sebbene con pochi titoli. Ma anche, purtroppo, quella che soffrì più di tutte, andandosene via quasi in solitudine, all'ospedale CTO della Garbatella, a Roma, l'8 luglio 1982.




La sua vicenda artistica cominciò nella sua Milano - dove nacque il 5 luglio 1906. Dopo aver svolto diversi mestieri, tra cui quello di dattilografa, Ines Isabella Sampietro (per l'anagrafe) cominciò a calcare i teatrini della città, frequentando nel contempo l'Accademia dei Filodrammatici. Elegante, bionda, raffinata, Isa Miranda arrivò per la prima volta sul grande schermo nel 1933, diretta da Alessandro Blasetti ne "Il caso Haller". Fu però il ruolo da protagonista ne "La signora di tutti" di Max Ophüls, nel 1934, a consacrarla al successo. Da quel momento, l'affascinate Isa lavorò con i più celebri registi del tempo, da Mario Camerini a Guido Brignone fino a Carmine Gallone, che le offrì un ruolo nel kolossal "Scipione l'Africano". 


Isa Miranda ne "La signora di tutti" (1934) di Max Ophüls .


E la sua fama arrivò anche oltreoceano, tanto che la Paramount la convinse a sbarcare ad Hollywood. Come Greta Garbo, come Marlene Dietrich, Isa Miranda sembrava destinata a diventare una nuova star del firmamento cinematografico mondiale, ma così non fu. Dopo due infelici interpretazioni ("Hotel Imperial" e "La signora dei diamanti") Isa Miranda decise di ritornare in Italia. Dopo tre film diretti da suo marito, il regista e produttore Alfredo Guarini ("Senza cielo", "È caduta una donna", "Documento Z3"), la sfortunata diva riuscì a riaffermare la propria popolarità con due film che ne misero in risalto le eccellenti doti drammatiche: "Malombra" (1942) di Soldati e "Zazà" (1944) di Castellani. 


In alto, Isa Miranda con Andrea Checchi in "Senza cielo" (1940) di Alfredo Guarini. In basso, con Vittorio De Sica ne "lo sbaglio di essere vivo" (1946) di Carlo Ludovico Bragaglia.



Ma la Miranda riuscì anche a dar prova di una recitazione molto più "leggera" e sbarazzina, come nell'esilarante "Lo sbaglio di essere vivo" (1946) di Bragaglia, accanto a Vittorio De Sica e Gino Cervi. Tornò anche a recitare per Ophüls ne "La ronde" (1950), ma fu René Clément con "Le mura di Malapaga" (1949) a darle una delle pochissime soddisfazioni della sua carriera: un Prix come migliore interprete femminile a Cannes. Il Dopoguerra, però, non le portò molto altro. 


Isa Miranda con Jean Gabin in "Le mura di Malapaga" (1949) di René Clément.


Continuò a recitare, dedicandosi al teatro e dando gran prova di sé non solo in Europa ma anche in America. Il cinema, però, sembrava essersi dimenticato di lei. Continuò a recitare fino alla fine (l'ultimo film uscì dopo la sua scomparsa), ma soltanto saltuariamente e in ruoli marginali. Alla fine degli anni '70, poi, Isa Miranda visse un momento molto difficile. Una brutta caduta le causò la rottura, per la seconda volta, del femore destro. Per l'attrice cominciò un lungo calvario, segnato da tristi vicissitudini (come la morte del marito) ma anche dalla ferma volontà di voler resistere. E Isa Miranda resistette fino alla fine, anche quando ormai - era affetta da un male incurabile - non c'erano più speranze. Ma la sua tenacia e la sua forza non poterono tanto, e quella speranza svanì in un letto d'ospedale quarant'anni fa. Di lei, già allora, si erano dimenticati un po' tutti. Le ultime sporadiche apparizioni non avrebbero potuto rammentare ai più il volto di un'interprete degli anni '40, diva d'infelici speranze. Una donna tenace e una attrice capace che, purtroppo, non nacque sotto una buona stella. Però era bella ed era brava, e per capirlo basta vedere uno solo dei film che ho citato, in cui il suo fascino austero è magistralmente rafforzato dal bianco e nero. Ebbene, per omaggiare Isa Miranda non credo ci sia modo migliore che rivedere una sua interpretazione e tributarle i meritati applausi.

Commenti

Post popolari in questo blog

LILIANA RIMINI, LA MERAVIGLIA DI UN SOGNO « Non sembra ma ho tanti, tanti anni e tante esperienze […] di coraggio e di forza ». Non sembra, per davvero, osservandola nella sua figura minuta, nel suo sguardo limpido, da anziana rimasta bambina nell’animo, con la capacità di “filosofare”, come avrebbe detto Aristotele, ovvero di guardare il mondo con gli occhi della meraviglia. Liliana Rimini, classe 1929, milanese doc, esuberante ed elegante in un tailleur bianco e nero sembrava una ragazzina nel paese dei balocchi martedì mattina, quando all’Ospedale Antonio Cardarell i di Napoli, frutto dell’estro, della passione e dell’impegno del suo papà, l’architetto Alessandro Rimini, ha visto prendere forma quel sogno custodito per anni in un cassetto e ormai quasi assuefattosi alla polvere del tempo e del rimpianto mai svanito.  Liliana Rimini. Il suo papà, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, soprintendente ai monumenti di Trieste e Venezia Giulia, uno degli architetti più br...
  CIAO, PINO! Una voce roca e profonda. Un’anima gentile. Un uomo affascinante. La sintesi perfetta della sua grandezza sta tutta in questi dettagli. Pino Colizzi e ra uno dei migliori doppiatori che il cinema italiano abbia mai avuto. Le sue “corde” ci hanno regalato attimi di profonda emozione, modellandosi al corpo a cui erano destinate, all’incisività del ruolo da interpretare.  Che fosse Christopher Reeve in Superman , che fosse il Gesù (Robert Powell) del kolossal di Zeffirelli, che fossero Alain Delon o Michael Douglas, la sua voce coglieva ogni sfumatura possibile. Classe 1937, romano di nascita - cresciuto tra Paola, in Calabria, e Bari, dove mosse i primi passi in palcoscenico -, diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico , Colizzi ha lavorato con i più grandi registi: da Bolognini a Zeffirelli, da Visconti a Patroni Griffi, passando dal cinema al teatro. Il suo volto, tuttavia, è legato soprattutto alle grandi interpretazioni televisive, da Tom Jones...
  L’UMANITÀ NEGLI OCCHI DI CHERNOBYL Me li ricordo, i bambini di Chernobyl. Gli esuli di una catastrofe che distrusse villaggi, svuotò case, cambiò per sempre vite. Me li ricordo, quei bambini, perché ero bambino anche io. Dieci anni dopo quel disastro del 26 aprile 1986, quando uno dei reattori (il numero 4) dell’orgoglio sovietico, spauracchio atomico in una Guerra Fredda ormai in via di scongelamento, esplose incendiando i cieli socialisti ai confini con l’Europa, alcuni di quei bambini li conobbi.  Vennero nella mia città, coi loro capelli biondi, la loro spensieratezza che era anche la mia, ma una strana luce negli occhi che celava qualcosa dietro l’allegria ritrovata. Quell’esplosione nucleare, quel terremoto chimico che si aggiunse ai movimenti tellurici politico-socialisti tra perestrojka e “operazione trasparenza” ( glasnost ) sotto l’egida di Gorbaciov, aveva tolto loro il futuro. Quel futuro che meritano tutti i bambini del mondo. Chissà che fine hanno fatto...