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 GIUSEPPE FERRARA E DAMIANO DAMIANI: IL CINEMA D'IMPEGNO


Non avendo avuto modo precedentemente, approfitto per dedicare un articolo unico a due grandi registi italiani. Simili perché appartenuti alla medesima generazione: quella del cinema di denuncia e d'impegno civile. Sto parlando di Giuseppe Ferrara e  Damiano Damiani. Il primo avrebbe compiuto novant'anni venerdì scorso, il secondo ben cento oggi. I loro nomi fanno parte di un elenco di cineasti il cui principale scopo fu quello di raccontare pagine di storia complicate, di descrivere la realtà che li circondava, spesso commentando "a caldo" gli eventi. Come Francesco Rosi, Elio Petri e Carlo Lizzani, Giuseppe Ferrara e Damiano Damiani sono stati autori di pellicole ancora oggi indimenticabili, sfruttando l'immagine di grandi attori italiani, come Gian Maria Volonté, Lino Ventura, Franco Nero ed Omero Antonutti. 



Giuseppe Ferrara (a sinistra) e Damiano Damiani.


Per Giuseppe Ferrara - nato, a Castelfiorentino, il 15 luglio 1932, e morto, a Roma, il 25 giugno 2016 -, laureato in lettere, appassionato del neorealismo, l'avventura cinematografica cominciò nei primi anni '60, prima come critico e sceneggiatore poi come regista, ma la sua fama crebbe a partire dagli anni '80, attraverso racconti "a caldo" di tragici eventi accaduti nel suo presente. Da "Cento giorni a Palermo" (1984), con Lino Ventura nei panni del Generale Dalla Chiesa assassinato dalla Mafia quando era appena stato nominato prefetto del capoluogo siciliano, a "Il caso Moro" (1986), sul rapimento e l'esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro - interpretato da Gian Maria Volonté . 


Il cinema di Ferrara. In alto, Lino Ventura in "Cento giorni a Palermo" (1984).
In basso, Gian Maria Volonté e Mattia Sbragia ne "Il caso Moro" (1986).



E poi ancora "Giovanni Falcone" (1993), appena un anno dopo la strage di Capaci, "I banchieri di Dio" (2002), sull'assassinio di Roberto Calvi (magistralmente interpretato da Omero Antonutti), e poi "Guido che sfidò le Brigate Rosse" (2007), sull'operaio e sindacalista assassinato dai terroristi a Genova nel 1979. Damiano Damiani, invece - nato, a Pasiano di Pordenone, il 23 luglio 1922 e morto, a Roma, il 7 marzo 2013 -, iniziò la carriera come documentarista alla fine degli anni '40, ma esordì come regista cinematografico nel 1960 con "Il rossetto", un dramma a metà strada tra il neorealismo e il poliziesco, fortemente psicologico (con uno straordinario Pietro Germi nel ruolo del commissario Fioresi). 


Il cinema di Damiani. In alto, Franco Nero e Claudia Cardinale ne "Il giorno della civetta" (1968).
In basso, Gian Maria Volonté ed Erland Josephson in "Io ho paura" (1977).



Ma la consacrazione arrivò nel 1968 (dopo la trasposizione cinematografica del moraviano "La noia", con Catherine Spaak, nel 1963) con il suo primo film d'impegno civile: "Il giorno della civetta". Un film che parla apertamente di Mafia, ispirato all'omonimo romanzo di Sciascia e interpretato da Franco Nero e Claudia Cardinale. Ma saranno gli anni '70 a dargli la definitiva affermazione come regista "impegnato": "Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica" (1971)  e "L'istruttoria è chiusa: dimentichi" (1972) entrambi con Franco Nero, "Io ho paura" (1977) con Gian Maria Volonté, e poi "Pizza Connection" (1985), sulla celebre inchiesta del traffico di droga tra Palermo e New York, con Michele Placido. E proprio quest'ultimo fu il protagonista di un altro grande successo di Damiani, questa volta per la televisione, ovvero la primissima serie dello sceneggiato "La piovra", dove Placido interpretava il celebre commissario Cattani. 


Michele Placido e Barbara De Rossi nella prima stagione de "La piovra" (1984) diretta da Damiano Damiani.


Un altro prodotto volto a raccontare un mondo all'epoca quasi sconosciuto, quello della criminalità organizzata collusa con politica e imprenditoria. Storie di "storia", di sangue, di guardie e di ladri, di misteri, di morti, di sacrifici, di vittime e carnefici che tanto Damiani che Ferrara seppero ricostruire con rigore e maestria, nel pieno rispetto dei canoni di quel cinema d'impegno di cui entrambi, in maniera diversa, furono tra i più illustri esponenti.

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