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 RICCARDO BILLI, IL "PRINCIPE RANOCCHIO"


Se ne andò in punta di piedi, come se non volesse disturbare. Lontano dagli applausi e dal clamore delle platee del varietà, dove la sua comicità aveva fatto la fortuna nel Dopoguerra. Sono trascorsi quarant'anni - era il 15 aprile 1982 - da quando Riccardo Billi lasciò per sempre il palcoscenico della vita. Fu un infarto a sottrarlo a quel mondo in cui sembrava non esserci più posto per lui. E pensare che solo una quarantina di anni prima, dire "Billi e Riva" equivaleva a sganciare una "bomba" che avrebbe in breve tempo prodotto una esplosione di risate. 



Quel Riva era Mario Riva, indimenticato conduttore de "Il Musichiere", che Riccardo Billi conobbe negli studi radiofonici della Compagnia del Teatro Comico Musicale, quando interpretava il ruolo di Noè nella rivista "La bisarca" (poi portata in teatro da Garinei & Giovannini). Billi, all'epoca, era già diventato un romano a tutti gli effetti - benché fosse toscano, di Siena, dove nacque il 22 aprile 1906. Col quel volto dalla grande bocca incline alle smorfie, la parlata biascicata, tozzo di gambe e grassoccio, aveva fatto tutta la gavetta. 


"Billi e Riva".

Aveva calcato le scene dell'avanspettacolo prima, del varietà poi, passando per l'operetta nella Compagnia Maresca, dietro le "piume" della Osiris. Poi arrivarono la guerra e la successiva ricostruzione, e Riccardo Billi era lì a "ricostruire" il suo fantastico repertorio con Riva. Basso, tarchiato e buffo l'uno, alto, distinto e sorridente l'altro, Billi e Riva diedero vita ad un sodalizio vincente che fece la fortuna della radio ("Cappello a cilindro", "Serie d'oro"), del teatro ("Alta tensione", "Caccia al tesoro") ma anche del cinema, dove il duo ottenne vasti consensi in pellicole comiche, farsesche e musicali dirette da registi quali Mattòli ("Arrivano i nostri"), Simonelli ("Accadde al commissariato") e Girolami ("Serenata per 16 bionde"). 


    In alto, da sinistra, Mario Riva, Riccardo Billi, Alberto Sorrentino ed Enzo Garinei in "Arrivano i nostri" (1951) di Mario Mattòli.
In basso, Riccardo Billi e Mario Riva in "Scuola elementare" (1954) di Alberto Lattuada.
   


Tuttavia, sempre accanto a Riva, Riccardo Billi diede gran prova di sé in un film di spessore differente, "Scuola elementare" di Alberto Lattuada, nei panni di un onesto e sensibile maestro. Alla fine degli anni '50, poi, la "premiata ditta" si sciolse: Riva si dedicò alla neonata televisione fino alla prematura scomparsa (avvenuta a causa di una brutta caduta nel 1960) mentre Billi preferì non abbandonare il palcoscenico. Ritornò così al varietà e all'operetta con la "Wandissima", ma i tempi erano cambiati. 


In alto, Riccardo Billi con Totò ne "Gli onorevoli" (1963) di Sergio Corbucci.
In basso, con Alberto Sordi (di spalle) e Tommaso Bianco ne "Il marchese del Grillo" (1981) di Mario Monicelli.


Negli anni '60 quella comicità burlesca era ormai passata di moda, e Riccardo Billi dovette ripiegare sul cinema. Ma ripiegare nel vero senso della parola, dal momento che le opportunità di dimostrare il suo talento divennero sempre meno. Così, tra una partecipazione e l'altra, tra film indimenticabili (il portiere dello stabile "molestato" dal grido di Antonio La Trippa/Totò ne "Gli onorevoli" di Corbucci, oppure l'ebanista ebreo Aronne Piperno condannato a morte dal perfido Sordi ne "Il marchese del Grillo") e dimenticabili, Riccardo Billi trascorse quasi in ombra gli ultimi anni della sua vita, volando via in silenzio, come se non fosse mai esistito. Ma non è così, perché Riccardo Billi è esistito. Come è esistito il suo volto ranocchiesco e quell'ironia "principesca" che meriterebbe di essere riscoperta.

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