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 CARLO LIZZANI: DRAMMI DI STORIA E DI VITA


 Ne aveva raccontati, di drammi. Quelli della guerra, del fascismo e della realtà "neorealista". Quelli della storia a lui contemporanea. Ma il suo no. Quello probabilmente non lo conosceva nessuno. Perché un dramma reale, non cinematografico, c'era. Perché solo questo può portare un uomo al punto di suicidarsi. Un uomo importante: un regista, uno sceneggiatore. Un osservatore della realtà, un appassionato di racconti, di pagine di storia cupe, dimenticate o meno. Quell'uomo importante, quel regista, era Carlo Lizzani che il 5 ottobre 2013, a novantuno anni di età, decise di farla finita gettandosi dal balcone e precipitando nel vuoto, schiantandosi al suolo nel cortile del suo palazzo nel rione Prati, al centro di Roma. 




Ne aveva raccontati di drammi. Carlo Lizzani amava scrivere e amava il cinema. Iniziò ventenne - era nato, a Roma, il 3 aprile 1922 -,  come giornalista e critico su alcune riviste, sostenendo l'importanza di un cinema "reale", che si discostasse da quello della propaganda fascista, così austero, "di parata". Fu però all'indomani della guerra - che lo vide iscriversi al Pci e partecipare alla Resistenza - che Carlo Lizzani cominciò in maniera concreta a fare il cinema che amava. Come aiuto regista con Roberto Rossellini ("Germania anno zero"), come sceneggiatore con Giuseppe De Santis ("Caccia tragica", "Riso amaro"), iniziò il racconto di pagine di storia buia, di miserie, di sogni infranti, di distruzione all'ombra delle macerie post-belliche. Nel 1950, poi, il passaggio dietro la macchina da presa con un documentario, e l'anno seguente la prima pellicola, "Achtung! Banditi!", racconto di un episodio di guerra e di vita partigiana. 


In alto, Antonella Lualdi e Gabriele Tinti in "Cronache di poveri amanti" (1954).
In basso, Gérard Blain ed Anna Maria Ferrero ne "L'oro di Roma" (1961).



Da lì, una sequela di titoli, noti e meno noti, tutta costellata di drammi, per lo più reali, partendo da "Cronache di poveri amanti", ispirato al romanzo di Pratolini, e arrivando a "L'oro di Roma" e "Il gobbo", ambientati nella Roma occupata dai nazisti, tra la corsa all'oro del popolo ebraico per salvarsi dai fucili nazisti e le razzie compiute dal "Gobbo del quarticciolo", il bandito che seminava terrore nelle periferie romane, con le straordinarie interpretazioni di Gérard Blain e Anna Maria Ferrero. Ma come dimenticare "Il processo di Verona", con Frank Wolff e Silvana Mangano, o ancora "Banditi a Milano", con un eccellente Gian Maria Volonté nei panni del leader della banda Cavallero - che valse a Lizzani un Nastro d'argento per la miglior sceneggiatura. 


Silvana Mangano (Edda Ciano) con Frank Wolff (Galeazzo Ciano) ne "Il processo di Verona" (1963).


Racconti di storia, presente e passata, di momenti bui, di terrore e paura, di drammi appunto, ma non il suo. Perché sì, un dramma Carlo Lizzani, probabilmente, lo stava vivendo. Quando il suo corpo venne ritrovato nel cortile del suo stabile, tutti rimasero increduli. Eppure doveva esserci qualcosa. Carlo Lizzani aveva vissuto la guerra, aveva vissuto il Dopoguerra, il banditismo, il terrorismo. Eventi spesso filmati con la sua cinepresa, in pellicole talmente realistiche da apparire come riprese in diretta. Però la depressione no, quella è difficile da esternare. Qualcosa che non si può raccontare. Qualcosa che, forse, ti prende senza neanche accorgertene. 


Gian Maria Volonté in "Banditi a Milano" (1968).


Tre anni prima, Mario Monicelli, un altro "maestro" del cinema, aveva scelto la stessa soluzione ad una vita a cui probabilmente non trovava più senso. E forse, l'unica e la sola spiegazione per la morte di Carlo Lizzani è esattamente la medesima. La voglia di decidere per se stessi. Il bisogno di scegliere il finale della propria esistenza, come se fosse un film. Come uno di quei film straordinari, dove subito dopo la scritta "Fine" scoppiavano lacrime di pianto e di emozione, seguite da uno scroscio di applausi. E anche quella volta, anche il "finale" del suo dramma fu seguito da lacrime, ma non da applausi. Gli applausi, quelli, partono invece adesso, ad un secolo dalla sua nascita, per omaggiarlo, per rimpiangerlo e per ricordare al mondo il suo grande talento e quel cinema che manca tanto.

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