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  IL "MITO" TICOZZELLI


La sua vista si spense trent'anni prima, per sempre, ma fino alla fine, sopraggiunta il 3 febbraio 1962, Giuseppe Ticozzelli, "Tico", continuò a seguire le sue passioni: il calcio e il ciclismo. Era un giovane ventenne - era nato a Castelnovetto, nel pavese, il 30 aprile 1894 - quando cominciò a spingere sui pedali di una Maino, la sua bicicletta, in quel di Alessandria. Nella stessa città, non solo si diplomò geometra, ma iniziò a macinare i primi chilometri su due ruote e a tirare i primi calci al pallone, contribuendo nel 1912 alla fondazione dell'Alessandria Calcio.




Il pallone e la bicicletta, emblemi di vigore fisico e forza di volontà, divennero per "Tico" una ragione di vita, tanto è vero che riuscì a conciliare amabilmente le due cose. La sua professione era quella del calciatore, terzino, ma la bicicletta gli serviva per allenarsi. Infatti, nel 1920, si recò in sella da Alessandria a Milano, al Velodromo Sempione, dove disputò con la Nazionale la memorabile partita vinta 9 a 4 contro la Francia. Quella "sgambata" tra il Piemonte e la Lombardia fu per lui una sorta di allenamento preparatorio. Alto, possente, due poderose gambe, Giuseppe Ticozzelli era in grado di ottenere il massimo con il minimo sforzo. Ma anche nel ciclismo riuscì ad avere il suo momento di gloria. Nel 1926 si presentò da "diseredato" - ovvero da indipendente, senza una squadra - al Giro d'Italia. Le prime tre tappe lo videro assoluto protagonista. Sulla tappa per Genova, "Tico" riuscì a staccare tutti di un'ora: giusto il tempo per fermarsi in una trattoria (non avendo viveri con sé), rifocillarsi, e riguadagnare terreno non appena vide gli altri corridori avvicinarsi. Sembrava filare tutto liscio fin quando un incidente con una moto ne determinò la squalifica. Ma Ticozzelli, riuscì comunque a passare alla storia. Nel 1946, il Giro istituì la cosiddetta "Maglia nera", il premio del "perdente", l'ultimo classificato. La leggenda vuole che il nome venne ispirato proprio da Ticozzelli, che vent'anni prima si era presentato al Giro d'Italia con una maglia da calcio nera con una stella bianca in petto (la maglia del Casale Calcio).

Tuttavia nella straordinaria vita di Ticozzelli ci furono imprese ben più ardue e pericolose. Dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, nel 1935 partì volontario come Ufficiale d'artiglieria in Africa Orientale. Purtroppo, l'esplosione di una bomba gli fece perdere la vista e da allora molte cose cambiarono, anche se non del tutto. Perché "Tico", quella montagna di vigore e tenacia, non rinunciò per nulla alle sue passioni. Fino alla fine continuò a seguire il calcio, recandosi allo stadio con un amico per farsi raccontare la partita, e continuò a pedalare in sella ad un tandem, guidato da uno dei figli. Forza di volontà e vigore, come dicevamo all'inizio: risorse inesauribili fino all'ultimo e che, sessant'anni dopo la sua scomparsa, hanno lasciato posto al "mito".

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