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NÂZIM HIKMET, IL "COMUNISTA ROMANTICO"


"La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio, come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori o nell'aldilà. Non avrai altro da fare che vivere". Una delle sue poesie più belle, "Alla vita", sembra proprio un inno all'esistenza felice. Un grido d'ottimismo e di fiducia da parte di chi, dopotutto, aveva sofferto tanto. Nâzim Hikmet fu costretto a spezzare le sue radici per un profondo spirito di libertà. Figlio di un diplomatico turco e di una esule polacca, nacque a Salonicco il 15 gennaio 1902, e vide con i suoi occhi la fine dell'Impero ottomano. La guerra d'indipendenza della Turchia, nei primi anni '20, lo vide schierarsi dalla parte della libertà. Tornato in patria dopo un lungo soggiorno in Unione sovietica, aderì al Partito comunista turco battendosi per la giustizia e per gli ultimi: contadini e operai che desideravano soltanto vivere serenamente.



Perché "la vita non è uno scherzo". La vita, scriveva Hikmet, è fatta per amare, per lottare, per ammirare la bellezza del creato. La natura, l'impegno civile, l'amore per le donne (si sposò ben quattro volte) pervadono l'intera sua produzione letteraria. Hikmet infatti amava l'arte, amava il cinema, anche quello italiano. Amava l'Italia e amava Roma (città che gli ispirò alcune liriche) dove spesso soggiornò durante i suoi viaggi tra Europa e Unione sovietica, la sua seconda patria. Nel 1951, infatti, dopo dodici anni di carcere per la sua attività politica, Hikmet venne rilasciato - grazie all'intervento di una commissione internazionale presieduta da personaggi illustri come Sartre e Neruda - e decise di abbandonare per sempre il suo paese. Si stabilì così a Mosca - dove anni prima aveva studiato sociologia all'Università - e divenne ben presto un idolo, entrando a far parte degli intellettuali più in vista e stringendo amicizia con Majakowski e Melerhold . Non solo raccolte di poesie, ma anche molte opere teatrali da lui scritte ottennero gran successo, replicate più e più volte nei teatri dell'Urss. La sua penna, desiderosa di vita, scorreva sul foglio al ritmo della passione, senza sosta, fino al 3 giugno 1963, quando un attacco cardiaco se lo portò via. Ma la vita non è uno scherzo, diceva, "prendila sul serio, ma sul serio a tal punto che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi, non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte, pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia". Lui non raggiunse mai quell'età, ma le sue parole, come semi preziosi nella terra della cultura e della coscienza civile, continuano a germogliare pensieri e riflessioni  in chi le ha lette almeno una volta.

Ne "Il più bello dei mari", la sua più celebre poesia d'amore - tradotta per noi, come tante altre, da Joyce Lussu - Hikmet diceva "quello che vorrei dirti di più bello, non te l'ho ancora detto". Non a caso, venne definito il "comunista romantico" e forse non stupisce più di tanto (il "rosso", in fondo, è anche il colore dell'amore), ma credo che Nâzim Hikmet abbia scritto davvero quanto di più bello esista nel panorama poetico mondiale. E sono convinto che, a centoventi anni dalla sua nascita, riscoprire le sue liriche sia davvero il modo migliore per ricordarlo.

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