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 WALTER CHIARI, PARABOLA DI UN GENIO INCOMPRESO


"Parlava, parlava, e, a differenza di quelli che parlano, parlano, diceva anche delle cose intelligenti". Con queste parole, il regista Dino Risi lo pennellò. Perché lui, "Il Walter", era così. Poteva parlare per ore ed ore, fare interminabili monologhi, dire cose apparentemente insensate, eppure, alla fine, qualunque fosse il pubblico (i telespettatori nelle loro case o le platee del varietà), nessuno andava mai via senza aver riso di gusto e senza aver capito la cosa più importante: la sua genialità. Forse era troppo geniale, "esagerato" in tutto. Troppo simpatico, troppo bello, troppo libero. Una esistenza "leggera", la sua, pagata a caro prezzo. Walter Chiari  era profondamente sensibile. Troppo anche in quello probabilmente, ma aveva anche la forza e l' abnegazione di chi era venuto fuori dal nulla, contando soltanto su se stesso. 




Figlio di un sottufficiale di P.S. e di una maestra elementare di origini pugliesi, Walter Annicchiarico - questo il suo vero nome - era nato a Verona, l'8 marzo 1924, ma dall'età di nove anni era cresciuto a Milano, città alla quale restò legato per sempre. Cominciò ad esibirsi giovanissimo, al dopolavoro della Isotta Fraschini, la celebre casa automobilistica dove lavorava come magazziniere. Raccontava barzellette, faceva gustose imitazioni, muovendosi freneticamente e coordinando occhi, bocca e mani, alla fine di braccia che sembravano infinite. Il suo corpo era lungo, snodato, merito della sua passione per lo sport, dal ciclismo alla boxe (di cui fu campione regionale nei pesi piuma nel 1939). Il tutto unito a quella parlantina unica, fatta di espressioni ricercate. L'occasione, per lui, arrivò una sera al teatro Olimpia di Milano: mancava un comico, lui era in platea e venne quasi costretto ad esibirsi. 


Walter Chiari con Marisa Maresca.



Un successone. Ma sarà il Dopoguerra a consacrarlo. Nel 1946 entrò in compagnia con la soubrette Marisa Maresca, con la quale ebbe anche una relazione. Poi arrivarono la commedia musicale con Garinei & Giovannini ("Buonanotte Bettina" con Delia Scala) e il lungo e proficuo sodalizio con l'amico Carlo Campanini.

                                            
                                                                             
Walter Chiari con Delia Scala in "Buonanotte Bettina" (1956) di Garinei & Giovannini.

               

Alto e magrissimo l'uno, basso e corpulento l'altro, riportarono in auge le macchiette dei Fratelli De Rege ("Vieni avanti, cretino!"), frutto di una comicità raffinata e dialettica. Parole e parole, come solo lui sapeva fare. E prettamente dialettica era l'ironia del siparietto in treno, nel tentativo di capire cosa fosse "Il sarchiapone", animale totalmente inventato da un tale (Campanini) allo scopo di liberare lo scompartimento e dormire in pace. Era il 1958 e "La via del successo" - suo programma d'esordio in televisione - fu il passepartout alla popolarità nazionale.



Walter Chiari e Carlo Campanini. In alto, nello sketch dei De Rege "Vieni avanti, cretino!". In basso, in quello
del "Sarchiapone".  Entrambi i fotogrammi sono tratti dalla trasmissione Rai "La via del successo" (1958).



Perché va detto: dopo la fine del teatro leggero e qualche incursione nella prosa, il suo habitat naturale fu la televisione. Da "Canzonissima" a "Studio Uno", Walter Chiari divenne il re del varietà del sabato sera. Con quel sorriso furbo, il ciuffo ribelle (che provava a "imbrigliare" con la brillantina in un celebre Carosello Linetti), la sua lunga anima in smoking affabulava tutti con la sua ironia: dallo sketch del sarto Celledoni, all'ironia sulle canzoni di Battisti, fino alla gag del balbuziente. Un successo straordinario, non minimamente paragonabile a quello cinematografico, dove pure ebbe personalissime soddisfazioni. 


Walter Chiari in "Canzonissima" (1968).


Esordì nel 1947 in "Vanità" di Giorgio Pàstina - vincendo un Nastro d'argento come miglior attore esordiente -, recitò con la Magnani in "Bellissima" (1951) di Visconti, ma uno dei suoi film migliori fu "Il giovedì" (1963) di Dino Risi, dove interpretava un padre separato che cercava di mantenere un rapporto amichevole col figlio nell'unico giorno settimanale concessogli dalla legge. 


In alto, Walter Chiari con Ugo Tognazzi in "Un dollaro di fifa" (1960) di Giorgio Simonelli.
In basso, con Roberto Ciccolini ne "Il giovedì" (1963) di Dino Risi.


E per quanto "Il Walter" di risate sul grande schermo ce ne abbia fatte fare tante (si pensi a commedie farsesche, film corali e parodie western in coppia con Tognazzi o Vianello), la sua arena rimase la televisione. L'unico luogo in cui riuscì ad esprimere al meglio se stesso. E proprio quando ciò gli venne a mancare per Walter Chiari iniziò il declino.


Walter e le donne. In alto, con Lucia Bosè. In basso, con Ava Gardner (prima foto) e Alida Chelli (seconda).




Nel 1970, nel pieno del successo, venne accusato di consumo e spaccio di cocaina. La seconda accusa cadde, ma Walter Chiari trascorse in carcere ben quattro mesi che lo segnarono irrimediabilmente. Quando venne fuori, per Walter non fu facile ricominciare. Era finita la "dolce vita" in tutti i sensi. Lui, il seduttore affascinante, colui che aveva amato Lucia Bosè (che lo lasciò per Dominguin) e dominato le pagine dei rotocalchi per la sua liaison con Ava Gardner, aveva sposato infine Alida Chelli - dalla quale ebbe il suo unico figlio, Simone Annicchiarico, oggi famoso conduttore tv -, ma anche quell'amore era ormai svanito. Quella parentesi drammatica, però, ebbe pesanti strascichi anche nel suo lavoro. 


Walter Chari con Renato Rascel in "Finale di partita" (1986) di Beckett.

Il pubblico aveva già dimenticato, ma la televisione no. Riuscì a fatica a risalire la china. In Rai tornò soltanto saltuariamente. Segnato in volto e nell'animo, ma ancor grintoso, Walter Chiari riapparve su alcune televisioni private lombarde, tornò al cinema (per "Romance", venne candidato alla Coppa Volpi nel 1986), e soprattutto si esibì nuovamente in teatro, passando da un ritorno alla commedia musicale alla prosa, dando gran prova di sé accanto a Renato Rascel in "Finale di partita" di Beckett.


Walter Chiari con Luca Barbareschi in "Romance" (1986) di Massimo Mazzucco.

Ma non era più il solito Walter. O meglio, non era il Walter che tutti avevamo conosciuto, anche se si sforzava di esserlo. Gli ultimi anni li trascorse quasi in solitudine. Quello lì, "Il Walter" che parlava, parlava, era ormai divenuto un uomo silenzioso. Quella sua profonda fragilità, quella malinconia celata dietro la maschera del seduttore, venne fuori all'improvviso. Accudito da chi gli aveva davvero voluto bene (l'amica d'infanzia, l'attrice Valeria Fabrizi, il figlio Simone, e qualche vecchio amico di scena, come Gino Bramieri), Walter Chiari tentò in tutti i modi di mantenersi vivo e vitale, come era sempre stato. Negli ultimi tempi aveva anche avuto qualche problema di salute (il cuore gli giocava brutti scherzi, ebbe un'ischemia e venne anche operato per un'ernia), ma le ultime analisi sembravano promettere bene. Quando, quella notte tra il 20 e il 21 dicembre 1991, il sorriso di Walter Chiari si spense per sempre - colto da infarto mentre guardava la Tv nella camera di un residence alla periferia di Milano - nessuno se lo aspettava. Poche ore prima aveva applaudito Bramieri in uno spettacolo a teatro, aveva salutato cordialmente il portiere rientrando. Era il solito Walter: quello scanzonato, quello che negli anni '60 calamitava davanti al video milioni di telespettatori. Ma era anche l'altro Walter: quello sensibile e malinconico, che aveva sempre nascosto al pubblico. E furono entrambi a morire, trent'anni fa esatti, in quel corpo ormai stanco di lottare. Eppure, chi lo ha amato e continua a farlo ancora oggi, nonostante la storia - va detto - forse lo ricorda poco, continua a credere profondamente a quelle parole incise sulla sua lapide: "Amici, non piangete, è soltanto sonno arretrato!". E allora svegliati Walter, svegliati!



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