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GENOVA, LUGLIO 2001: PERCHÉ?


Orrore. È la prima parola che viene in mente quando si ripensa a quei giorni di vent'anni fa. Appena un anno e mezzo dall'inizio di un nuovo millennio in cui molti riponevano fiducia, per ritrovarsi davanti immagini che sembravano appartenere ad un passato lontano, sepolto in quegli angoli della memoria che si illuminano d'improvviso, di notte, quando si vive un incubo.

Una città, Genova, di mare e di poesia, di storia e di cultura, distrutta in pochi giorni, dal 19 al 22 luglio 2001. Mentre nel Palazzo Ducale gli otto potenti della terra decidevano sul futuro del mondo, a pochi metri di distanza in linea d'aria, oltre reti metalliche e barricate, si scatenava l'inferno.



Globalizzazione, fusione di culture e di popoli, cooperazione internazionale, erano i temi su cui si dibatteva in quel G8. Fuori dal Palazzo, migliaia di persone pronte a pacifiche proteste contro lo strapotere dei Grandi. Donne, bambini, giovani e meno giovani, riempivano le fila del Genoa Social Forum, un vasto gruppo di manifestanti diviso da cultura, ideali e credo religioso-politico ma unito contro lo strapotere delle Nazioni.

Cortei autorizzati che volevano soltanto far sentire la propria voce. A sorvegliare, per la sicurezza di tutti, le forze dell'ordine: poliziotti e carabinieri posti a presidio della "zona rossa", il cuore della città dove si svolgeva la riunione dei Grandi, inaccessibile ai manifestanti.

Tutto sembrava filare liscio. Il primo giorno vide sfilare cortei (quello degli immigrati), esibizioni canore, balli, manifestanti felici di essere lì. Poi, ventiquattro ore dopo, l'inizio della tragedia.

Manifestanti attaccati da cordoni di poliziotti e carabinieri, gas lacrimogeni, manganelli, spranghe di ferro, auto incendiate, uomini e donne, giornalisti e giovani manifestanti, passanti picchiati senza una ragione. E intorno, aleggianti come fantasmi, i Black Bloc, avvolti nei loro passamontagna e nelle loro tutte nere, immortalati da cellulari e telecamere, mentre assaltano carceri, caserme, lanciano bombe, incendiano auto in sosta, distruggono negozi, banche e supermercati. La polizia che interviene quando sono già fuggiti altrove, e passa ad attaccare i manifestanti. Autoblindo lanciati sulla folla, manganelli ed armi fuori ordinanza usati senza pietà. Mentre a Palazzo Ducale i capi di Stato continuano le loro discussioni, c'è gente riversa per le strade col volto insanguinato. Fermati portati nella caserma di Bolzaneto e torturati da chi avrebbe dovuto proteggerli. Ci scappa anche un morto. Carlo Giuliani, un giovane manifestante ucciso da un carabiniere di leva, un ragazzino come lui (ventenni entrambi), anch'essi coinvolti nell'orrore di quel 20 luglio. Ma non finisce qui. Mentre proseguono i lavori del G8, la polizia continua a caricare i manifestanti, si susseguono gli assalti dei Black Bloc, continua l'orrore. Come quello nella Scuola Diaz, sede assegnata al Genoa Social Forum - dove i manifestanti avrebbero dovuto trascorrere la notte -, assaltata dalla polizia che massacra e arresta i presenti.

Ci sono fotografie, ci sono filmati amatoriali e non a documentare tutto questo. Ci sono denunce, inchieste, processi, danni morali, materiali, umani. Tutto sotto gli occhi di un Paese che, se non fosse per cellulari e videocamere, sembra tornato indietro di trent'anni, alla Battaglia di Valle Giulia, alle rivolte studentesche, ai "celerini" che caricano le folle, alle molotov lanciate contro le auto della polizia.

E invece è il 2001, il secondo anno di quel millennio che doveva aprire le porte ad un avvenire di cambiamenti, di pace, di convivenza umana e sociale. E invece no. Invece i Black Bloc sfasciano tutto, lanciano bombe. Poliziotti e carabinieri, come impazziti, caricano cortei inermi, mentre i Grandi parlano di cooperazione, di unioni internazionali, di futuro.

Quel futuro è ora. Un futuro in cui nessuno ha ancora capito cosa sia davvero successo in quei giorni di luglio. "Genova non è la mia città, non è più grigia come il vento che gonfia il cuore al marinaio" verrebbe di cantare con Gino Paoli, guardando le immagini di quei giorni. Non è la Genova del mare, della poesia e della cultura. Come non è l'Italia della Repubblica, della polizia al servizio del cittadino, della democrazia e della giustizia. Non è il nostro Paese. Il Paese del futuro che è adesso e che continua a farsi una semplice domanda, che cavalca decenni, processi, sentenze e memorie. Perché?

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