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 ANTHONY QUINN, AUTENTICO MITO


 "Devi essere autentico, anche a costo di perdere il pubblico". Recitare per lui era questo: essere autentico. Portare tutto se stesso nel personaggio, attraverso un processo di immedesimazione totale. Anthony Quinn non recitava, "era". Fisico possente, lineamenti virili in un volto scuro e torvo, specchio delle sue origini. Nacque infatti a Chihuahua, in Messico, il 21 aprile 1915, da padre di origini irlandesi e madre messicana, fuggiti negli Stati Uniti dopo aver partecipato alla Rivoluzione.



Il seme della ribellione, probabilmente, attecchì anche dentro di lui, visto che la sua vita, fin da ragazzino, fu molto movimentata. Dopo la morte del padre, quando aveva solo nove anni, lasciò la scuola per mantenere la famiglia. Fece i mestieri più disparati, poi tentò con la boxe, con la scultura (fu allievo di Frank Lloyd Wright) fino a scoprire il mondo dello spettacolo con un corso di recitazione che lo catapultò sul palcoscenico. In teatro imparò che il trucco per essere credibili era proprio l'autenticità, e quella sua "virilità naturale", quel suo modo "sanguigno" di essere fu la sua carta vincente anche sul grande schermo, dove approdò nel 1936.


Anthony Quinn con Marlon Brando in "Viva Zapata!" (1956) di Elia Kazan.


 Il primo film fu "La conquista del West", accanto a Gary Cooper, nei panni di un indiano. Quella del pellerossa, infatti, fu una delle molteplici "maschere" indossate da Quinn nella sua lunga carriera. Grazie a quei lineamenti rudi ed "esotici" interpretò esquimesi, cinesi, italiani, greci e naturalmente messicani. Fra questi ultimi, interpretò il fratello del rivoluzionario Zapata (impersonato da Marlon Brando), vincendo nel 1953 il suo primo Oscar come miglior attore non protagonista. Fu proprio "Viva Zapata!" di Elia Kazan, infatti, ad aprirgli la via del successo.


Anthony Quinn con Giulietta Masina ne "La strada" (1954) di Federico Fellini.


L' "autenticità" gli consentì anche di interpretare personaggi di spessore, come Zampanò il circense forzuto, bruto e malinconico, compagno d'arte di Gelsomina/Giulietta Masina ne "La strada"(1954) di Fellini. Interpretò poi Paul Gauguin in "Brama di vivere" (1956) di Minnelli - guadagnandosi un secondo Oscar -,  un beduino in "Lawrence d'Arabia" (1962) di Lean, ma soprattutto fu il protagonista in "Zorba il greco" (1964) di Cacoyannis. L'immagine finale di lui che balla il sirtaki lo consacrò definitivamente alla gloria. 


Anthony Quinn in "Lawrence d'Arabia" (1962) di David Lean.


Ma l'autenticità di un uomo che amava la vita, che amava l'amore e le donne (ebbe tre mogli e tredici figli, tra illegittimi e non), lasciò ben presto il passo a ruoli di piccolo spessore. Dalla fine degli anni '60 in poi, le sue partecipazioni divennero meno incisive, tra produzioni televisive e film di scarso interesse. 


Anthony Quinn con Alan Bates in "Zorba il greco" (1964) di Michael Cacoyannis. 


Anthony Quinn, tuttavia, continuò a lavorare quasi sino alla fine, con la determinazione e la passione di sempre. Finché "il fuoco" si spense vent'anni fa, il 3 giugno 2001, per le complicazioni di un tumore.

L'unico "bruto" contro cui la sua forza virile non poté far nulla. Ma contro l'oblio no, contro di esso Anthony Quinn la sua battaglia l'ha vinta. E non grazie ai suoi muscoli o al suo sguardo truce sotto le sopracciglia folte. Bensì grazie a quella sua autenticità che, ancora oggi, ne mantiene il ricordo.

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