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 ETTORE SCOLA,  IL BEL CINEMA


"Il cinema è bello se riesce a leggere la realtà". Fu lui a dirlo e sembrerebbe quasi un'autocelebrazione. Perché Ettore Scola è stato "il" cinema, quello "bello". Fiumi d'inchiostro in cui la satira si mescola alla narrazione storico-sociale, tra riflessione e malinconia. Ma anche tanta allegria, semplice ed efficace. Frutto di una lunga gavetta iniziata da ragazzino, a Roma, città in cui si era presto trasferito da Trevico, in provincia di Avellino - dove era nato il 10 maggio 1931. Era infatti ancora studente liceale quando approdò al Marc'Aurelio, la celeberrima rivista satirica che ha segnato le sorti del cinema del Dopoguerra. 



Da Steno a Federico Fellini, da Age & Scarpelli a Ruggero Maccari, tra "scarabocchi" - come li chiamava Scola - e matite colorate nacque negli anni '40 una dinastia di "penne" prodigiose in grado di raccontare storie fenomenali, semplici ma indimenticabili. E tra questi scribacchini, c'era anche lui, che ben presto intraprese il sentiero che lo avrebbe condotto ai vertici della scrittura cinematografica. Così, mollò gli studi di Giurisprudenza e decise di lanciarsi a capofitto in un mondo fantastico dove con poche parole, ma "giuste", si poteva davvero far rinascere l'Italia dalle macerie della guerra.






In alto, le locandine di alcuni film sceneggiati da Scola.


Nei primi anni '50 ebbe inizio la sua carriera di sceneggiatore, spesso in coppia con Ruggero Maccari, ma anche con altri tandem della narrazione cinematografica, come i sopracitati Age & Scarpelli oppure Marchesi e Metz. Spesso non comparendo neppure nei titoli di testa, Scola scrisse esilaranti battute per Totò ("Totò Tarzan", "Totò, Peppino e la...malafemmina", "Totò nella luna"), per Alberto Sordi ("Un americano a Roma", "Il conte Max"), collaborando con registi come Mario Mattòli, Camillo Mastrocinque, Giorgio Bianchi e Steno.  Ettore Scola, tuttavia, scrisse anche sceneggiature meno farsesche, per pellicole drammatiche e comiche di stampo più realistico.


Nino Manfredi ed Alberto Sordi in "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparsa in Africa?" (1968).

 In tal senso, importante il sodalizio col regista Antonio Pietrangeli, per cui scrisse (in coppia con Maccari) film come "Lo scapolo", con protagonista Alberto Sordi, "Nata di marzo", con Jacqueline Sassard e Gabriele Ferzetti, e "Adua e le compagne", con Marcello Mastroianni e Simone Signoret.

Il cinema quello "bello", di cui parlava lui, era proprio questo. Infatti, prima di esordire come regista, Ettore Scola firmò anche film prestigiosi: fotogrammi dalla realtà, passata e presente. Tra i più noti, due "perle" di Dino Risi con protagonista Vittorio Gassman: "La marcia su Roma" e "Il sorpasso", in cui il "mattatore" era affiancato rispettivamente da Ugo Tognazzi e Jean-Louis Trintignant.


Da sinistra, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores in "C'eravamo tanto amati" (1974).


La svolta della sua carriera, però, arrivò alla fine degli anni '60, quando passò dietro la macchina da presa. Il primo film fu "Se permettete parliamo di donne", ancora con Gassman, ma il primo vero successo di pubblico e critica arrivò quattro anni dopo, nel 1968, con "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico scomparso in Africa?". Il racconto di un ricco imprenditore (Sordi) che si reca in Africa con il suo ragioniere (Bernard Blier) per riportare a casa il cognato (Manfredi), fuggito da una società corrotta e perduta tra frivolezze e futili aspirazioni. Il cinema "bello" appunto, ma era soltanto l'inizio. 


Il cast de "La terrazza" (1980).

Tra gli anni '70 e '80, infatti, Ettore Scola sfornò una dopo l'altra le sue opere più belle. "C'eravamo tanto amati", il racconto di ex partigiani che, trent'anni dopo, si ritrovano cambiati, amareggiati e delusi da se stessi e dalla vita, con uno straordinario Gassman e un altrettanto formidabile Nino Manfredi.  


In alto, Sofia Loren e Marcello Mastroianni in "Una giornata particolare" (1977).
In basso, ancora Mastroianni con Massimo Troisi in "Che ora è" (1989).


Stessi sentimenti pervadono gli avventori de "La terrazza" col quartetto Gassman-Tognazzi-Mastroianni-Trintignant, intellettuali di sinistra che non sono riusciti a tener fede ai propri ideali. Oppure ancora "Una giornata particolare": la poetica storia di "amore" tra un giornalista omosessuale e una casalinga (Mastroianni e la Loren), entrambi vittime, in maniera diversa, delle follie del Fascismo.


In alto, Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli ne "La famiglia" (1987).
In basso, ancora Gassman con Fanny Ardant ne "La cena" (1998).


E come dimenticare "Splendor" e "Che ora è'", con una avvincente coppia Mastroianni-Troisi, tra sogni e speranze. Gli stessi sentimenti che, in fondo, caratterizzano ancora le ultime opere (a distanza di undici anni) di grande spessore dirette da Scola: "La famiglia" e "La cena", ancora con Gassman, Stefania Sandrelli e Fanny Ardant. 

Il cinema che leggeva la realtà, quello bello, finì nel 2003, quando Scola firmò la sua ultima regia, "Gente di Roma". Una pellicola d'amore e devozione per quella città a cui doveva tutto, e in cui se ne andò il 19 gennaio 2016, da tempo malato. Da poco, era uscito un documentario sulla sua vita, realizzato dalle figlie Paola e Silvia - che lo avevano assistito in numerose produzioni -, il cui titolo diceva tutto: "Ridendo e scherzando". Perché proprio tra un sorriso e una battuta, tra uno "scarabocchio" e un pezzo di realtà magistralmente resa dalla sua cinepresa, Ettore Scola riuscì a raccontare il nostro Paese come pochi, dando vita a quel "bel" cinema che amava tanto e che, a novant'anni dalla sua nascita, ci manca sempre di più.

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