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 GIANNI GRIMALDI, "RISATE ALL'ITALIANA"


Vanno ricordati con onore e piacere. Vanno ricordate queste grandi "menti" in grado di stendere fiumi d'inchiostro pieni di gag e battute al limite tra il serio e il faceto. Quando fare un film sembrava qualcosa di così semplice e straordinario allo stesso tempo. Gianni Grimaldi, come regista, non fu particolarmente brillante, ma la sua fantasia fu in grado di sciorinare dialoghi esilaranti e battute memorabili in pellicole note e meno note, in cui espresse al meglio la sua creatività letteraria. 




Grimaldi, infatti, iniziò la sua carriera come giornalista, a Catania - dove nacque il 14 novembre 1917 -, dopo una laurea in Giurisprudenza. Si trasferì poi a Roma, dove oltre a scrivere per numerose testate iniziò a collaborare con diverse riviste umoristiche, da "Pinco Pallino" (poi divenuto "Marc'Antonio") alla celeberrima "Marc'Aurelio", fucina di future "penne" della cinematografia nazionale, da Fellini a Steno fino a Ruggero Maccari, dal quale Grimaldi riceverà il testimone di collaboratore di un altro grande "re dell'humor", Sergio Corbucci.

Dalle vignette satiriche, poi, tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50, passò alla radio e al cinema, dando pieno sfogo alla sua istrionica creatività. In ben vent'anni di attività produsse circa centocinquanta tra soggetti cinematografici e sceneggiature, lavorando con i più grandi registi comici, da Giorgio Simonelli a Carlo Ludovico Bragaglia, da Steno a Lucio Fulci fino al sopracitato Sergio Corbucci, in coppia col fratello di questi, Bruno - ma scrisse anche con Ruggero Maccari ed Ettore Scola.

La sua genialità gli permise di passare con disinvoltura dalla commedia-farsesca ("Accadde al penitenziario") a quella sentimentale ("Guaglione"), dal "musicarello" ("In ginocchio da te", "Non son degno di te", "Nessuno mi può giudicare") al peplum ("Il figlio di Spartacus) fino al genere che amava di più, la parodia. Si va dall'esilarante "I magnifici tre" (1961), col trio Vianello, Chiari e Tognazzi,  a "I quattro monaci" (1962) col poker Fabrizi, Macario, Taranto e De Filippo, fino ai più esilaranti film di Totò: da "Chi si ferma è perduto" (1960) a "Totò diabolicus" (1962) per giungere a "Totò d'Arabia" (1965). Ma, come dicevamo, Grimaldi oltre a scrivere ed occuparsi della sceneggiatura (lavorò anche col figlio, il regista e sceneggiatore Aldo, scomparso prematuramente nel 1984) si dedicò anche alla direzione, sebbene con risultati non molto lodevoli.




 
                           
   

                                         
                                              


       

     


In alto, le locandine di alcuni film diretti e/o sceneggiati da Grimaldi.



 Tra le sue opere da regista ricordiamo "Il bello, il brutto, il cretino" (1967), parodia del western leoniano, interpretata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, "Un caso di coscienza" (1969) - tratta dal racconto omonimo di Leonardo Sciascia - con uno splendido Lando Buzzanca, e "La governante" (1974) - ispirata al dramma di Vitaliano Brancati -, con protagonisti Turi Ferro e Martine Brochard.

Come si può notare, dunque, la produzione del Grimaldi contempla pellicole molto diverse tra loro, passando da una comicità pura al surreale più esasperato, dal demenziale al sentimentale, ma sempre con un tocco di sana "umanità" presente anche nelle parodie più frivole e sciocche.

Non è un caso, forse, che la sua carriera terminò proprio alla fine degli anni '70, quando quel cinema lì, senza tante pretese ma profondamente geniale, languiva amaramente. Lui invece se ne andò il 25 febbraio 2001, ormai giunto in quel nuovo millennio dove la semplicità di quelle battute così ingenue e poco pretenziose aveva lasciato spazio ad una comicità sguaiata e meno fantasiosa.

Ebbene, a vent'anni dalla sua scomparsa, ritenevo giusto omaggiare l'estro, la creatività e l'intelligenza di Gianni Grimaldi, quale ringraziamento per le "risate all'italiana" che oggi mancano sempre di più.





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