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 MARCO BIAGI, UN UOMO GIUSTO


Era un uomo perbene. Un professore universitario e giuslavorista la cui unica colpa - se può essere così definita - fu quella di voler fare bene il suo lavoro, nell'interesse della società. Oggi il professor Marco Biagi, perché così lo ricordano tutti, avrebbe compiuto settant'anni se solo diciotto anni fa, il 19 marzo 2002, sei pallottole non avessero messo fine alla sua voglia di giustizia e di cambiamento. A farlo, un gruppo di neo rivoluzionari che si rifacevano ad un gruppo terroristico che l'Italia intera credeva e sperava di essersi lasciata alle spalle: le Nuove Brigate Rosse. 



Biagi, oltre che docente in varie università italiane ed esperto di diritto, era in quegli anni consulente dell'allora Ministro del Lavoro Roberto Maroni. Stava lavorando ad una legge - che prese il suo nome - che avrebbe determinato un forte cambiamento del mercato del lavoro. Aveva già subìto molte critiche, oltre che minacce. Tre anni prima, il 20 maggio 1999, la stessa sorte era accaduta ad un altro "professore", Massimo D'Antona - anch'egli consulente del Ministro del Lavoro (Bassolino) - assassinato a Roma mentre si recava al suo studio. Il clima, dunque, non era dei migliori. A Biagi era stata anche assegnata la scorta, ma poi, poco tempo prima, gli era stata tolta per motivi di budget. Fu così che quella sera, mentre rientrava da Modena a Bologna, come al solito in treno, e dopo aver raggiunto in bicicletta la sua abitazione in Via Valdonica, sotto i portici, venne fermato da un commando di due persone che lo accasciarono al suolo, scomparendo nella notte. La rivendicazione delle Nuove Brigate Rosse, capeggiate da Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, non tardò ad arrivare, come era accaduto anche per il delitto D'Antona. Due "cervelli", due padri di famiglia che avevano avuto il gravoso compito di prestare il proprio intelletto per il bene del Paese. Una nazione che, tuttavia, non era più quella di oltre vent'anni. Un'Italia ormai globalizzata, dotata di reti informatiche, tecnologie avanzate e nel pieno "boom" della telefonia mobile. E furono proprio i moderni mezzi di comunicazione - lontanissimi dai "comunicati" battuti a macchina e dalle "soffiate" fatte a gettoni dalle cabine telefoniche - a far vacillare i neo brigatisti nei loro piani. Il 2 marzo 2003, circa un anno dopo, tre agenti della Polizia Ferroviaria in un normale giro di controllo sul treno Roma-Firenze - nei pressi di Castiglion Fiorentino - fermarono Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, da anni latitanti. I brigatisti tentarono di reagire e ci fu un conflitto a fuoco in cui morirono il sovrintendente Emanuele Petri e il brigatista Galesi. La Lioce fu trovata in possesso di un computer palmare, dal quale partirono le indagini che portarono all'attribuzione dei delitti Biagi e D'Antona (uccisi con la medesima arma) ai due terroristi e a numerose prove di probabili obiettivi futuri. Con la sentenza di Cassazione, nel 2007, Nadia Desdemona Lioce venne definitivamente condannata all'ergastolo, e molti altri esponenti delle Nuove BR finirono in galera con l'accusa di associazione terroristica e rapina, ponendo fine ad un'altra tragica pagina della nostra storia recente.

Ciò che non avrà mai fine, però, è l'esempio e la memoria di Marco Biagi, che ancora oggi continua a vivere anche attraverso la "sua" legge - approvata un anno dopo la sua morte - e attraverso i suoi occhi di uomo giusto.

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