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LUIGI UZZO: IL PORTIERE DI BELLAVISTA (E NON SOLO)

"Scusi, è lei il portiere?" - "Dipende...". È una risposta lapidaria quella con cui don Armando risponde al dottor Cazzaniga, appena giunto a Napoli dalla sua Milano come capo del personale all'Alfasud. Secondo il tipico modus partenopeo, o meglio dire meridionale, atto a creare suspense (e irritazione), il custode dello stabile sito nel centro di Napoli - in cui abita l'esimio professor Bellavista (Luciano De Crescenzo) - si fa tirare le parole di bocca fin quando la "qualifica" di nuovo inquilino venuto dal Nord scioglie la lingua di don Armando che, finalmente, spiega di essere uno dei tre portieri del palazzo, ciascuno con una mansione specifica che giustifica quel "dipende".



Protagonisti del duetto, tratto dal cult di Luciano De Crescenzo "Così parlò Bellavista", sono Renato Scarpa, nei panni di Cazzaniga e Luigi Uzzo in quelli di don Armando, colui che, a sentire il vice sostituto portiere Salvatore (interpretato da Benedetto Casillo), avrebbe accettato il posto soltanto per "avere la casa con finestra lato mare".


  Luigi Uzzo con Renato Scarpa in una delle prime scene di "Così parlò Bellavista".

                          
Ed è proprio di lui, Luigi Uzzo detto "Gigi", che voglio parlarvi oggi, in occasione del trentennale dalla sua scomparsa - avvenuta il 22 aprile 1990.
Quando "Così parlò Bellavista" (tratto dal romanzo omonimo) usciva nelle sale italiane era il 1984: l'anno della consacrazione, possiamo dire così, di un validissimo caratterista ormai sulla cresta dell'onda già da una decina d'anni.
Nato a Napoli il 7 marzo 1943, Luigi Uzzo - come molti artisti conterranei - fece una prima esperienza nel mondo dello spettacolo ancora bambino, con un piccolo ruolo nel film "Malavita" (1951) di Rate Furlan. La sua carriera, però, ebbe inizio nei primi anni '70, quando la sua figura imponente e il suo volto fortemente espressivo cominciarono ad apparire in teatro, cinema e televisione.
Con due occhi azzurri un po' strabuzzati, le sopracciglia aggrottate e i folti baffoni all'ingiù su un volto rubicondo, Luigi Uzzo prese parte ad una trentina di film anche importanti, seppur in ruoli di piccolo spessore. Lo troviamo accanto a Nino Manfredi in "Per grazia ricevuta" (1971)  - diretto dallo stesso Manfredi -, in film inchiesta come "La classe operaia va in paradiso" (1971) e "Todo modo" (1976) di Elio Petri, accanto a Gian Maria Volonté, ma anche in "E la nave va" (1983) di Federico Fellini.

 Luigi Uzzo in una sequenza de "La classe operaia va in paradiso".

                                            
Tuttavia, Luigi Uzzo è anche ricordato come interprete di numerose commedie di Eduardo De Filippo, nelle trasposizioni televisive degli anni '70: "Il contratto", "Le voci di dentro", "Gennareniello" e "Natale in casa Cupiello". Ma si cimentò anche col teatro impegnato, come il "Macbeth" di Shakespeare, diretto da Franco Enriquez nel 1975, oppure "Il malato immaginario" di Molière, diretto da Romolo Siena, accanto a Peppino De Filippo, nel 1972.

    In alto, Luigi Uzzo con Marzio Honorato ne "Il contratto".
 In basso, con Eduardo De Filippo in "Le voci di dentro".



Tutti piccoli ruoli, certo, ma sempre in grado di mettere in risalto le sue doti artistiche, soprattutto mimiche. Sicuramente, il ruolo di don Armando interpretato in "Così parlò Bellavista" e nel suo seguito "Il mistero di Bellavista" (1985) - ancora diretto ed interpretato da De Crescenzo - risulta tra quelli più riusciti, accanto alle caratterizzazioni del teatro eduardiano.


Da sinistra, Luciano De Crescenzo, Sergio Solli, Luigi Uzzo e Benedetto Casillo ne "Il mistero di Bellavista".

      
Espressione di una 'napoletanità' tipica: ottimistica e rilassata, ma anche ironica. Un umorismo fatto di sguardi, ammiccamenti e gesti che hanno lasciato il segno nello spettacolo italiano, non solo partenopeo. Per me comunque, Luigi Uzzo rimane soprattutto don Armando, il portiere di Bellavista, quello di poche parole, anche pungenti, quello collerico e "cacasotto", ma anche di gran cuore. L'espressione di una Napoli - ma anche di un'Italia - che non esiste più e che, grazie all'immortalità del cinema, personaggi come il suo continuano a ricordarci.

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