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LUCIANO TAJOLI: "L'UGOLA D'ORO" DEL DOPOGUERRA

Tanto amata quanto dimenticata è la sua voce. Quella di un'Italia povera, martoriata dalla guerra, che piano piano cercava di tirarsi su, proprio come le note delle sue canzoni: struggenti e appassionate.
Il nome di Luciano Tajoli forse non dice molto ai più, eppure, insieme ad altre "voci" come Claudio Villa e Achille Togliani, ha cantato le miserie del Dopoguerra, facendo "risorgere" la speranza di un'umanità che ormai non credeva più di farcela.



Proprio come Luciano,  povero ragazzino nato in una casa di ringhiera a Milano - il 17 aprile 1920 -, nel quartiere del Vigentino, dove a dodici anni già lavorava per aiutare la famiglia e con molto sacrificio, visto che era affetto da poliomielite. Lui però, rispetto a tanti altri bambini, aveva un dono: la voce. Calda, appassionata, da tenore leggero, che pensò subito di sfruttare. Cominciò ad esibirsi nelle osterie, per poi passare nei locali e nelle balere quando il Paese era ancora afflitto dai bombardamenti.  Il debutto avvenne all'Odeon, in un concorso per dilettanti. Lì cominciò la sua ascesa, raggiungendo il culmine negli anni '50, quando intraprese l'eterna lotta con il "reuccio" Villa, a cui tenne testa con interpretazioni di brani famosissimi come "Mamma" - del suo idolo Beniamino Gigli -"Serenata celeste", "Balocchi e profumi" e "Rosso di sera". Si esibì in radio, in numerosi programmi, ma venne per un po' tenuto lontano dalla neonata tv, per via del suo "difetto", che lo costringeva a mantenersi appoggiato ad una sedia in mancanza delle sue stampelle - come spesso capitava nei numerosissimi film a cui prese parte, come l'autobiografico "Il romanzo della mia vita", nel 1952 .
La sua rivincita, però, arrivò nel 1961, quando approdò al Festival di Sanremo con il brano "Al di là", in coppia con Betty Curtis. Col suo faccione da buono, la sua eleganza e quella voce "partecipe", seppe toccare le corde più sensibili, portando il brano alla vittoria.



                                             Luciano Tajoli con Antonella Lualdi in "Il romanzo della mia vita".



Erano però anni difficili. Già da un po' la "musica" era cambiata. Erano arrivati gli "urlatori" come Joe Sentieri, Tony Dallara e Domenico Modugno, il rock 'n roll e i cantautori. Era l'Italia del "Boom", del frigorifero e della 600 a rate, dei 45 giri e dei balli "veloci". Era finito il tempo dei cantastorie, delle canzoni strappacuore e dalla "lacrima facile". Ma Tajoli continuò ancora a cantare, all'estero. Si esibì in vari paesi del mondo, dall'America del Sud agli Stati Uniti.



                                                                      Tajoli al Festival di Sanremo 1961.


Continuò a mietere consensi e successi, ad apparire in televisione, chiamato a riproporre i suoi brani più celebri. Nonostante il suo nome fosse ormai un pallido ricordo, Luciano Tajoli non mollò fino all'ultimo, "raccontando" la sua epoca, impilando una nota dopo l'altra e riempendo il cielo di quelle melodie che avevano il sapore di un tempo povero, malinconico ma felice. Pochi mesi prima della sua scomparsa - avvenuta il 3 agosto 1996, a causa di problemi di fegato - era stato per l'ultima volta in tournée in Australia, in coppia con un'altra vecchia gloria della canzone melodica italiana, Nilla Pizzi.
Nonostante tutto, oggi, di quelle melodie ci si ricorda ancora, così come di Claudio Villa o di Nilla Pizzi. Di Luciano Tajoli, invece, non si ricorda più nessuno. Ed è proprio per questo che - a cento anni dalla sua nascita - ho voluto ricordarlo qui sul mio blog, non solo come "Ugola d'oro" della musica melodica del Dopoguerra, ma anche come illustre interprete della canzone italiana nel mondo e della storia nazionale.

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