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ALIGHIERO NOSCHESE: UNA VITA PER MILLE VOLTI

 
Fellini lo definì un "ladro di anime", per la sua incredibile capacità di immedesimazione nel personaggio in voce, volto e corpo. Forse, proprio il suo condensare in se stesso voci, pensieri ed azioni degli altri portò Alighiero Noschese a perdere consapevolezza del proprio io, conducendolo ad un gesto estremo.




Infatti, il 3 dicembre del 1979, il popolare attore, conduttore e imitatore della televisione italiana decise di porre fine alla propria esistenza, sparandosi un colpo di pistola alla tempia nella clinica Villa Stuart di Roma, dove era ricoverato da qualche tempo per nevrosi e depressione.
Si concludeva così la vita e la carriera - tanto inscindibili quanto diverse - di uno dei più grandi talenti del nostro spettacolo. E non credo di aver detto qualcosa di sbagliato nel definire la vita e la carriera di Alighiero Noschese una perfetta simbiosi, visto che le prime manifestazioni del suo talento comparvero proprio fin dagli inizi, quando ancora bambino - nella sua casa sulla collina del Vomero, a Napoli, dove nacque il 25 novembre del 1932 -, si dilettava ad imitare i versi degli animali e le voci umane, in particolar modo quella del suo padrone di casa. La sua passione proseguì col passare degli anni portandolo, da studente in Legge all'Università di Napoli, a sostenere gli esami imitando la voce di Totò.


Due tra le più celebri imitazioni di Noschese: in alto Mike Bongiorno, in basso Alberto Sordi.



Proprio un suo professore di diritto, il giurista e futuro Presidente della Repubblica Giovanni Leone, fu il primo ad accorgersi delle doti istrioniche del giovane Noschese che subito dopo la laurea,
abbandonò l'idea di fare l'avvocato per dedicarsi al palcoscenico.
Cominciò la sua carriera in radio, nei primi anni '50, ma il suo trampolino di lancio fu lo spettacolo "Scanzonatissimo", nel 1963, caratterizzato da una serie di sketch in cui Noschese, col suo volto di gomma e la voce duttile e roca, imitò per la prima volta personaggi di spicco della politica italiana. Fu lui per la prima volta in assoluto a portare la satira politica nella "ingessata" Tv degli anni '60, non appena le porte della Rai si spalancarono al successo dell'artista.


Alighiero Noschese nei panni di Giulio Andreotti (a sinistra) e di Aldo Moro (a destra).

                      


"Processo a Noschese", "Doppia coppia", "Canzonissima '71" e "Formula due" furono i programmi che fecero di Alighiero Noschese l'idolo del pubblico televisivo del tempo. Indelebili nella memoria di tutti i molteplici personaggi da lui imitati: dai conduttori Mike Bongiorno e Corrado ai giornalisti Tito Stagno e Ruggero Orlando, da Enza Sampò ad Alberto Sordi (nel celebre "Mario Pio"), da Piero Angela a Mina, da Sergio Endrigo a Lucio Battisti, fino ad arrivare a Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer e il suo ex professore Giovanni Leone, col celeberrimo "discorso di fine anno" in cui il Presidente aveva un "penziero" per tutti.



Noschese e la parodia del "discorso di fine anno" del Presidente Giovanni Leone.

                           

                             
A metà degli anni '70, però, la carriera di Noschese subì un duro colpo, mostrando a tutti la sua vera essenza che aveva sempre celato dietro mille maschere. L'allontanamento e il conseguente divorzio dalla moglie (da cui aveva avuto i figli Antonio e Chiara, attrice anche lei) e l'improvvisa fine della collaborazione con la Rai gettarono Alighiero Noschese in una spirale di solitudine e depressione che misero a nudo la sua profonda fragilità.
Nel 1978 sembrò esserci una nuova speranza. Il nuovo varietà "Ma che sera", condotto con Raffaella Carrà, Paolo Panelli e Bice Valori, doveva rappresentare il suo ritorno in Tv con uno spazio interamente dedicato a lui e alla sua satira politica.
Ma, ironia del destino, il programma andò in onda negli stessi giorni del rapimento dell'onorevole Aldo Moro: lo spazio riservato a Noschese (che prevedeva anche l'imitazione del presidente della Dc), viste le drammatiche circostanze, venne così tagliato dal programma.
Quello che doveva rappresentare la sua rinascita si trasformò così nell'ennesima delusione che diede inizio ad un nuovo periodo buio.
Poco più di un anno dopo, il 12 novembre del 1979, Alighiero Noschese si fece ricoverare nella clinica Villa Stuart per curare la sua depressione. Fu l'inizio della fine: appena ventidue giorni dopo, quel gesto che lasciò di stucco un'Italia intera che, dopo aver tanto riso, si ritrovò a piangere per quell' inaspettato e doloroso "colpo di scena".
Sono ormai passati quarant'anni da quel mattino, eppure sono ancora in molti a chiedersi il perché di quell'atto improvviso. Probabilmente una risposta non l'avremo mai, ma c'è una cosa su cui nessuno può avere dubbi: il suo talento, le sue capacità camaleontiche e quelle "pagine" di storia televisiva che ci ha regalato hanno superato la depressione, l'amarezza ed anche il colpo che se lo è portato via. Alighiero Noschese, il "vero" Alighiero, non ce lo potrà mai restituire nessuno, ma i suoi "mille volti" continuano ancora oggi a regalarci sorrisi e tanta nostalgia.

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