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 CARLO NINCHI, LE DUE FACCE DELL'ESISTENZA


Naso importante, fisico imponente, presenza significativa. Carlo Ninchi è stato un volto molto amato. Non bello, ma affascinante, con quel naso aquilino sotto lo sguardo severo, dalla voce ruvida ma calda, ha interpretato personaggi diversi, pur mantenendo sempre, in ogni circostanza, quella misura che si confà al mestiere. 



Fratello minore di Annibale, cugino (di secondo grado) della più popolare Ave, Carlo Ninchi nacque a Bologna il 31 maggio 1896. Il suo primo amore fu il teatro, ed esordì nel primo dopoguerra nei panni di Pilade ne "L'Oreste" di Alfieri, nella compagnia di suo fratello. 


In alto, Carlo Ninchi con Elvira Bonecchi ne "I promessi sposi" (1941) di Mario Camerini.
In basso, con Roberto Villa ne "La vispa Teresa" (1943) di Mario Mattòli.


Nella sua carriera in palcoscenico, Ninchi ha lavorato con Renzo Ricci, Tatiana Pavlova, Marta Abba, Mario Mattòli nella "Compagnia Zabum", per poi entrare all'Eliseo di Roma con Paolo Stoppa e Rina Morelli. Dotato di una profonda vis recitativa, era in grado di passare con disinvoltura dal teatro classico alla rivista, dal registro drammatico a quello comico. Aspetto, questo, molto rilevante sul grande schermo. 


Carlo Ninchi con Andrea Checchi in "Tragica notte" (1942) di Mario Soldati.


Già attore di grido nel cinema del Ventennio ( da "Camicia nera" di Forzano al kolossal "Scipione l'Africano" di Gallone), Carlo Ninchi attraversò diversi generi cinematografici, passando dal film storico- letterario (l'Innominato ne "I promessi sposi" di Camerini) al dramma di ispirazione neorealista ("Tragica notte", "Due lettere anonime"), dalla commedia dei telefoni bianchi ("La vispa Teresa") alla commedia farsesca con Totò, col quale recitò in più occasioni. 


In alto, Carlo Ninchi e Totò ne "Le sei mogli di Barbablù" (1950) di Carlo Ludovico Bragaglia.
In basso, da destra, Ninchi, Mario Frera  e Sophia Loren ne "La ciociara" (1960) di Vittorio De Sica.



Tuttavia, dai primi anni '60, Carlo Ninchi diradò sempre di più la sua presenza sul grande schermo (l'ultimo ruolo significativo ne "La ciociara", con Sophia Loren e Jean-Paul Belmondo) dedicandosi invece alla televisione, dove apparve in due sceneggiati, "Il conte di Montecristo" di Edmo Fenoglio , e "L'edera" di Grazia Deledda, andato in onda pochi mesi prima della sua scomparsa, avvenuta cinquant'anni fa, il 27 aprile 1974, quando si arrese alla malattia che da tempo lo aveva colpito. Ma la sofferenza, il dolore, la stanchezza non avevano minimamente scalfito la sua forza interiore. Quella forza che lo aveva sempre spinto a una catarsi totale nel personaggio, ad assumerne pieghe e sfumature, che si trattasse di un dramma o di una scanzonata commedia. Le due facce dell'esistenza, quella tragica e quella comica, convivevano nel suo volto dal profilo deciso. Un volto che non merita di essere dimenticato.

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